Speak no evil – Non parlare con gli sconosciuti
Speak no evil (2024) USA di James Watkins
Una famigliola americana trapiantata a Londra, i Dalton, sta attraversando un momento un po’ così. Durante una vacanza in Italia, fanno amicizia con un’altra famiglia composta da Paddy, un tipo esuberante e pieno di vita, sua moglie Ciara e il figlio Ant, coetaneo della loro figlia Agnes. Scatta l’invito per un fine settimana nella loro tenuta in campagna, un’idea che sembra perfetta per staccare la spina. Peccato che l’idillio si trasformi rapidamente in un incubo a base di imbarazzo, stranezze e una crescente sensazione di minaccia. Con le conoscenze fatte in vacanza, a volte, bisognerebbe andarci con i piedi di piombo. È una lezione che i Dalton imparano a loro spese quando accettano di passare un weekend fuori porta. Si materializza così un perverso gioco delle parti, un thriller psicologico che deve gran parte della sua forza a un James McAvoy semplicemente incontenibile. Quello che in villeggiatura sembrava un simpatico spaccone dal fascino un po’ rude, si rivela presto un ospite dai modi a dir poco invadenti.
“Speak No Evil” è un degno erede di quella tradizione di thriller da salotto degli anni ’80 e ’90, film come “Attrazione Fatale” dove la quiete borghese veniva fatta a pezzi da un elemento esterno e imprevedibile. L’opera di James Watkins, che adatta un omonimo e ben più desolante film danese, è fatta apposta per far urlare il pubblico in sala, quel genere di film dove viene spontaneo gridare “Ma andatevene via, idioti!” allo schermo. La tensione monta con una precisione chirurgica. Paddy dimentica che Louise è vegetariana e quasi la obbliga ad assaggiare il suo stufato, oppure impartisce a Ben lezioni non richieste su come ritrovare la propria mascolinità. Ogni scusa e ogni tentativo di minimizzare non fanno che peggiorare la situazione, creando un’atmosfera densa di pericolo.
La parte più spassosa, se si apprezza il genere, è osservare i Dalton che si auto-convincono a restare, o addirittura a tornare dopo essere fuggiti, sprofondando sempre di più in una situazione insostenibile. È qui che il film gioca la sua carta più interessante, trasformandosi in una critica feroce alle convenzioni sociali che ci imprigionano. La pellicola sembra suggerire, con una certa perfidia, che la vera trappola non sono i padroni di casa, ma l’incapacità degli ospiti di dire “no” e di mandare al diavolo le buone maniere. La risposta al perché subiscano tutto questo è quasi sussurrata: “Perché ce lo permettete”.
C’è da dire che questa è la versione americana di un film danese del 2022, “Gæsterne”. Chi ha visto l’originale potrebbe storcere il naso. La situazione ricorda un po’ quello che accadde con “Spoorloos” (“The Vanishing”), capolavoro olandese del 1988, che fu rigirato dal suo stesso regista per il mercato americano con un finale decisamente più consolatorio. L’adattamento di Watkins segue la traccia originale in modo abbastanza fedele, ma solo fino a un certo punto. Poi, la sceneggiatura prende una deviazione netta, allungando il finale e trasformandolo in uno scontro fisico e violento, quasi un “Cane di paglia” al contrario, dove la famiglia assediata ha finalmente la possibilità di sfogare le proprie frustrazioni represse usando armi improvvisate.
Le interpretazioni sono discrete. James McAvoy è il mattatore assoluto, un istrione scatenato che giganteggia con un carisma diabolico, un’energia che ricorda le sue performance in “Split”. È lui il centro di gravità del film, un tornado di calore umano, insicurezze e aggressività passiva. Mackenzie Davis gli tiene testa , specialmente nell’ultima parte, con una performance fisica.
