Parthenope
Parthenope (2024) ITA di Paolo Sorrentino
Parthenope, splendida diciottenne nata dalle acque di Napoli e che porta il nome dell’antica sirena mitologica, è sin da subito consapevole della “disgregazione” emotiva che la sua bellezza scatena negli uomini. La sua vita si dipana attraverso i decenni, segnata da un trauma familiare e da incontri eccezionali (come quello con lo scrittore John Cheever, interpretato da Gary Oldman). Tra la tentazione della recitazione e la ricerca di conoscenza attraverso l’antropologia, Parthenope tenta di tracciare la propria rotta verso la libertà e la realizzazione di sé, incarnando lo spirito contraddittorio della sua città.
Con Parthenope, Paolo Sorrentino torna a esplorare i suoi temi più cari – la giovinezza perduta, la caducità della bellezza, l’inquietudine esistenziale – ma con uno slittamento significativo: al centro non c’è più la decadenza di una figura maschile romana (La Grande Bellezza), ma la traiettoria di una figura femminile napoletana, un’incarnazione del mito che sfugge alla definizione.
Questo film si presenta immediatamente come un “fiume” visivo, una sontuosa opera-mondo dove l’estetica è, come sempre nel cinema sorrentiniano, una vera e propria grammatica narrativa. Il sodalizio con la direttrice della fotografia Daria D’Antonio regala una luce abbagliante e quasi dorata che avvolge Napoli e i suoi personaggi in un’eterna estate. La fluidità della macchina da presa, meno barocca e frenetica rispetto agli esordi ma comunque elegantemente seducente, valorizza i primi piani intensi della neofita Celeste Dalla Porta – la sua costante centralità nel frame eleva la sua malinconica interpretazione a vero e proprio faro emotivo e visivo dell’opera.
Il debito di Sorrentino verso il maestro Federico Fellini qui si fa esplicito, in particolare nel richiamo a La città delle donne, per l’indagine simbolica sulla femminilità e il confronto (spesso ironico e distaccato) con lo sguardo maschile. Come in un affresco felliniano, anche qui il racconto è picaresco e onirico, punteggiato da figure quasi grottesche e da sequenze cariche di realismo magico (come l’incontro con il figlio ‘gigantesco’ del professore Marotta, interpretato da un magnifico Silvio Orlando).
Tuttavia, Parthenope è un film che, nella sua ricerca della Bellezza, rischia talvolta l’autocompiacimento. L’eccessiva stilizzazione, acuita dalla collaborazione con Yves Saint Laurent che veste i personaggi con una raffinatezza quasi da fashion film, può far apparire l’eroina più come una magnifica proiezione concettuale che come un personaggio di carne e sangue con una profonda vita interiore risolta. La domanda “Cosa sta pensando?” che assilla gli uomini intorno a lei finisce per riecheggiare anche nello spettatore, lasciando irrisolto il mistero del suo Sé.
Nonostante questo rischio di sfiorare le superfici senza penetrarle del tutto, l’opera si configura come un inno vertiginoso e commovente alla libertà e al mistero. Le frasi ad effetto, a volte troppo poetiche e sentenziose, si dissolvono nell’intensità delle immagini, culminando in una malinconica accettazione del tempo che passa. L’ultima inquadratura, che ci riconnette alla Parthenope matura (con l’apparizione di Stefania Sandrelli), sigilla il film con una nota di eternità ciclica che giustifica pienamente ogni suo eccesso formale. È un cinema che ossessiona, un’ode all’enigmatico potere della bellezza, sia essa una donna o una città.
