Gli invasati
Gli invasati (1963) USA di Robert Wise
L’antropologo Dottor John Markway, intenzionato a studiare manifestazioni paranormali, prende in affitto l’inquietante Hill House, una dimora dalla sinistra fama. Lo accompagnano nell’impresa Eleanor, una donna segnata da un passato di esperienze soprannaturali e da un presente di marcata fragilità emotiva; Theodora, sensitiva dotata di notevole acume e di un’altrettanto notevole sicurezza di sé; e Luke, il pragmatico nipote della proprietaria, più incline a considerazioni materiali che a presenze ultraterrene. Non appena il gruppo oltrepassa l’ingresso, la sinistra magione inizia a esercitare una sottile e perturbante influenza sulle loro psiche, in modo particolare su quella vulnerabile di Eleanor.
L’incedere iniziale del film si distingue per un ritmo misurato, che concede ampio spazio alla presentazione dei personaggi e all’instaurarsi di un’atmosfera carica di aspettative. Questa fase introduttiva, più che affrettare l’azione, si sofferma sulle dinamiche interpersonali e sulle fragilità dei protagonisti, elementi cruciali per la successiva discesa nell’incubo. Le scelte di Nelson Gidding nella sceneggiatura, talvolta ellittiche, contribuiscono a un senso di mistero che avvolge le premesse narrative, invitando lo spettatore a una partecipazione attiva nell’interpretazione degli eventi. Superata questa ponderata preparazione, si dischiudono infatti validi e abbondanti motivi di profondo interesse.
Una volta che i protagonisti si addentrano negli oscuri recessi della residenza, la tonalità narrativa muta con magistrale progressione, introducendo elementi di crescente e palpabile inquietudine. Il regista, Robert Wise – cineasta dalla notevole versatilità, capace di transitare con eguale maestria da elaborate partiture musicali a oscure esplorazioni del terrore – dimostra una superba comprensione del linguaggio della paura. Lascia che sia la casa stessa a esprimersi, e Hill House possiede una personalità imponente, esaltata dalla perizia di Davis Boulton alla fotografia. Questo artefice dell’immagine, avvalendosi di pellicola a infrarossi e di angolazioni ardite che sembrano sfidare le convenzioni prospettiche, trasforma ogni anfratto gotico in un coacervo di ombre gelide e gravide di minaccia. La dimora, con la sua architettura che elude sistematicamente gli angoli retti, quasi a manifestare una sua intrinseca e perturbante anomalia, assurge al ruolo di autentico personaggio, vibrante di una sinistra vitalità. L’osservazione che tutte le sue disarmonie angolari concorrano a creare una distorsione percettiva globale appare quanto mai pertinente.
Wise, erede della lezione del grande Val Lewton, orchestra il crescendo di tensione con una raffinatezza che lo colloca in una dimensione superiore rispetto a molte produzioni contemporanee. Si è distanti da un orrore esibito attraverso facili apparizioni mostruose o profusione ematica. Il terrore si manifesta invece in modo più sottile e, per questo, più efficace: un sussurro, un cigolio sinistro, un’ombra che si estende, un enigmatico messaggio che affiora sulle pareti. Le porte si muovono autonomamente, colpi secchi e inspiegabili echeggiano nel silenzio notturno, e la temperatura ambientale subisce repentine variazioni senza alcuna causa apparente. È un’escalation di tensione psicologica che si insinua subdolamente, minando progressivamente l’equilibrio psicologico dei protagonisti, con particolare accanimento sulla figura di Eleanor.
Julie Harris offre un’interpretazione memorabile, di rara intensità, nei panni di questa donna emotivamente vulnerabile, che sembra identificare nella casa un ambiguo rifugio o, forse, l’anticamera di una definitiva perdita di sé. La sua straordinaria prova attoriale rende palpabile l’angoscia di un personaggio che sviluppa un legame quasi simbiotico con l’inafferrabile presenza che permea la magione. Il suo complesso profilo psicologico costituisce un fulcro narrativo di notevole interesse e profondità. Se poi le anomalie percepite originino da presenze ectoplasmiche, dalle facoltà telecinetiche latenti di Nell, da un suo stato mentale alterato o da una fervida proiezione interiore, la pellicola, con acuta intelligenza, lascia allo spettatore il compito e il privilegio di formulare una propria interpretazione.
L’opera di Wise, pur con un avvio che richiede una certa immersione da parte dello spettatore, si configura come un esemplare esercizio di costruzione dell’inquietudine, sviluppato con meticolosa progressione e acume psicologico. Le peculiari inquadrature e le ombre profonde persistono nella memoria visiva ben oltre la conclusione del film, a riprova del fatto che per suscitare autentico e duraturo timore non è necessario eccedere nei toni, quanto piuttosto padroneggiare l’arte sopraffina della narrazione e della suggestione.
