Captain America: Brave new world
Captain America: Brave new world (2025) USA di Julius Onah
Sam Wilson, fresco di nomina a Captain America, si ritrova a far bella mostra di sé alla Casa Bianca, invitato dal neo-eletto presidente Thaddeus Ross. Quest’ultimo, tra un convenevole e l’altro, sogna di rimettere in piedi gli Avengers e, già che c’è, di siglare un trattato internazionale per l’adamantio. La serata prende una piega decisamente meno festaiola quando Isaiah Bradley, apparentemente vittima di un lavaggio del cervello sonoro, tenta di trasformare Ross in un ex-presidente. Toccherà a Wilson, affiancato dal suo compare Joaquin Torres, alias il nuovo Falcon, scagionare l’amico e, nel frattempo, sventare i piani di un certo Samuel Sterns, scienziato con un conto in sospeso bello grosso con Ross, il quale nasconde pure un certo… rossore interiore.
Ci si ritrova così con un Sam Wilson che, pur portando lo scudo a stelle e strisce, sembra navigare in un mare di perbenismo, cercando di rappresentare un’entità, gli Stati Uniti, che storicamente non è stata propriamente un faro di protezione per chi gli somiglia. Il film pare voler solleticare questioni complesse, tipo perché mai Wilson dovrebbe farsi in quattro per un sistema che non sempre ricambia l’entusiasmo. Ma, ahimè, invece di affondare il bisturi, si preferisce planare sulla superficie, con l’intento di non scontentare nessuno e finendo per lasciare un retrogusto di occasione mancata. Si allude a temi impegnativi, ma il tutto si sgonfia in una narrazione che arranca, più interessata a imbastire sequenze d’azione che a tessere una trama con un minimo di spina dorsale.
Il problema di chi non è un enciclopedia vivente del Marvel Cinematic Universe è sempre dietro l’angolo: bisogna aver divorato ogni singolo prequel, sequel, spin-off e serie TV per raccapezzarcisi? Diciamo che i più ferrati si sentiranno a casa, mentre i novizi potrebbero chiedersi cosa diavolo sia l’Abominio o perché tutti parlino di un siero miracoloso. Comunque, niente paura: i dialoghi si premurano di spiegare ogni dettaglio, persino nel bel mezzo di una scazzottata, nel caso qualcuno si fosse distratto. Sam Wilson, ex Falcon, ora Capitan America con tanto di ali incorporate – che fanno sempre la loro figura quando si tratta di volteggiare menando fendenti – si muove in questo contesto.
Il cattivone di turno, Samuel Sterns, interpretato da un Tim Blake Nelson riesumato da “L’Incredibile Hulk”, non lascia propriamente il segno. La sua presenza è talmente inconsistente che lo si potrebbe sostituire con una pianta ornamentale senza che la trama ne risenta più di tanto. Manca di mordente, di profondità, di quel carisma che ti fa amare un antagonista. Questa sua evanescenza contribuisce a rendere la pellicola un viaggio cinematografico che sembra durare quanto una traversata intercontinentale a remi. Metà del tempo se ne va in un’indagine che parte già spompata e offre ben poche scintille.
Qualche sprazzo di luce arriva dalle scene d’azione, quando il regista Julius Onah sembra ricordarsi che i corpi agili e muscolosi in movimento hanno un loro perché. Lo scontro iniziale in Messico tra il nostro eroe e Sidewinder, con un Giancarlo Esposito che da solo basterebbe a illuminare lo schermo, beneficia di inquadrature ampie che fanno sentire il peso dei colpi. Peccato che questa vena visiva si esaurisca in fretta, e in altre zuffe si ricada nella fotografia piatta e fangosa che appiattisce tutto e tutti. Persino Harrison Ford, nei panni del Presidente Ross, sembra lottare contro un copione che gli offre ben poco materiale per brillare, sebbene la sua trasformazione in Red Hulk possa vantare effetti visivi di tutto rispetto. È un peccato, perché vedere Ford, icona del cinema americano, alle prese con un ruolo potenzialmente ambiguo avrebbe potuto offrire spunti interessanti, invece si opta per sentieri già battuti.
Il finale, poi, è un capitolo a parte, un tentativo di riconciliazione universale che appare posticcio. Si invoca un perdono immeritato, si accenna frettolosamente al peso dell’eccellenza nera e all’importanza di avere un posto al tavolo, trasformando l’eroe in una figura quasi taumaturgica destinata a lenire le ansie altrui. Il tutto condito da una colonna sonora che vorrebbe sollevare gli animi ma finisce per sottolineare un certo disagio. E sì, il titolo “Brave New World”, preso in prestito da Aldous Huxley, suona quasi come una presa in giro, considerando il risultato finale.
