Dreamland
Dreamland (2019) USA di Miles Joris-Peyrafitte
Nell’America della Grande Depressione, flagellata dalle tempeste di sabbia della Dust Bowl, il giovane Eugene vive una piatta esistenza in una fattoria texana, nutrendosi di sogni pulp e del ricordo di un padre fuggito in Messico. La sua routine viene sconvolta dal ritrovamento di Allison Wells, una rapinatrice di banche ferita e ricercata, nascosta nel granaio di famiglia. Affascinato dalla donna e stanco della morsa opprimente del patrigno sceriffo, Eugene decide di aiutarla, scivolando in una spirale di ribellione e desiderio che li porterà a una fuga disperata verso il confine, in cerca di una redenzione impossibile.
Miles Joris-Peyrafitte guarda palesemente verso l’orizzonte dorato di Terrence Malick, tentando di rievocare quel lirismo bucolico che rese Badlands e Days of Heaven pietre miliari del cinema contemplativo. Il regista si affida a una fotografia che predilige la luce naturale, indugiando su orizzonti infiniti e cieli che sembrano incendiarsi durante l’ora d’oro, cercando di elevare il fango e la polvere a una dimensione mitologica. Questa estetica della desolazione è indubbiamente suggestiva: le maschere antigas indossate dai locali per proteggersi dalle tempeste di sabbia diventano icone di un mondo post-apocalittico ante litteram, dove la natura stessa sembra voler soffocare ogni sussulto di speranza.
Tuttavia, dove Malick riusciva a trasformare il silenzio in filosofia, Dreamland rischia spesso di scivolare nell’estetismo fine a se stesso. La narrazione fuori campo della sorellina Phoebe, chiaramente modellata sulla Linda di Days of Heaven, fatica a trovare quella stessa grazia ultraterrena, risultando a tratti un espediente per colmare lacune psicologiche che la sceneggiatura non riesce a risolvere organicamente. Il film vive quasi interamente sulla presenza magnetica di Margot Robbie. La sua Allison Wells non è solo una femme fatale da rivista pulp, ma un centro di gravità permanente che maschera le fragilità di una scrittura talvolta derivativa. Robbie abita l’inquadratura con una consapevolezza attoriale che stride, purtroppo, con la performance più monocorde di Finn Cole, rendendo il legame tra i due meno vibrante di quanto l’ambizione melodrammatica del racconto richiederebbe.
Interessante è il montaggio che, nelle sequenze più concitate, cerca di rompere la linearità per restituire la frammentarietà dei ricordi e dei sogni, ma questa fluidità viene bruscamente interrotta da scelte ritmiche discutibili. Si pensi a certe lungaggini voyeuristiche, come la scena della doccia, che sembrano appartenere a un linguaggio cinematografico alieno rispetto alla solennità del resto della pellicola, spezzando quella tensione tragica che dovrebbe condurre verso l’inevitabile scontro finale. Resta comunque un’opera visivamente curata, un esercizio di stile che, pur non raggiungendo le vette poetiche a cui aspira, riesce a dipingere un ritratto malinconico del fallimento del sogno americano, soffocato dalla stessa terra che avrebbe dovuto nutrirlo.
