Fratelli demolitori

Il nostro parere

Fratelli demolitori (2026) USA di Angel Manuel Soto


James Hale, ex Navy SEAL tutto d’un pezzo, e suo fratellastro Jonny, poliziotto allo sbando in un’area protetta dell’Oklahoma, non si parlano da vent’anni. L’improvvisa morte del padre, un detective privato dai dubbi costumi, li costringe a riunirsi alle Hawaii per il funerale. Tra vecchi rancori e differenze abissali, i due si ritrovano invischiati in una cospirazione immobiliare che coinvolge la speculazione edilizia locale, il governatore dell’arcipelago e spietati sicari della Yakuza, costringendoli a demolire letteralmente mezza Honolulu per scoprire la verità.


Fratelli demolitori è un oggetto filmico affascinante nella sua dicotomia. Da un lato, la sceneggiatura di Jonathan Tropper guarda con nostalgia ai canoni del buddy-cop anni ottanta e novanta, citando il dinamismo di Arma Letale e l’ironia tagliente di The Nice Guys. Dall’altro, la regia di Ángel Manuel Soto cerca di elevare il materiale oltre il semplice rumore da streaming, iniettando una specificità culturale hawaiana che dona una texture inaspettatamente densa alla pellicola attraverso richiami al sistema Aha Moku e all’idioma locale.

Sotto il profilo tecnico, Soto si distacca dal caos visivo delle sue opere precedenti per abbracciare una messa in scena più tattile. È notevole il piano sequenza in un corridoio, un chiaro omaggio all’estetica di Oldboy, dove la fisicità di Dave Bautista viene sfruttata con una precisione geometrica che delizia l’occhio del cinefilo stanco della computer grafica pervasiva contemporanea. La fotografia esalta il contrasto tra il paradiso lussureggiante e il marcio della speculazione, mentre il montaggio, pur soffrendo di qualche dilatazione nel secondo atto, mantiene un ritmo sincopato nelle sequenze di botta e risposta verbale.

Le performance sono il cuore pulsante dell’opera. Dave Bautista conferma una discreta maturità recitativa sottotraccia, lavorando per sottrazione e tempi comici asciutti, mentre Jason Momoa è un’esplosione di energia dionisiaca che maschera con il cinismo i traumi di un’infanzia segnata dall’abbandono. Nonostante un antagonista interpretato da Claes Bang risulti fin troppo bidimensionale e la risoluzione non brilli per originalità, il film vince la sua scommessa nel momento in cui la maschera dell’azione cade. La scena post-combattimento sotto la pioggia, dove i due colossi discutono le proprie fragilità, è un momento di vulnerabilità maschile scritto con una grazia rara per il cinema di genere. In definitiva, il film non è un capolavoro di decostruzione, ma un solido esercizio di stile che sa quando colpire duro e quando fermarsi a riflettere sulle radici e il perdono.

 

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