Le cose non dette

Il nostro parere

Le cose non dette (2026) ITA di Gabriele Muccino


Una coppia della nobiltà intellettuale capitolina, Carlo ed Elisa, naufraga in una stasi affettiva che tentano di esorcizzare con una spedizione a Tangeri. Li accompagnano gli intimi di una vita, Paolo e Anna, insieme alla loro prole adolescente. Il precario castello di carte delle loro esistenze crolla sotto i colpi di un elemento perturbatore esterno: Blu, un’allieva universitaria dell’uomo. Nel riverbero abbacinante del Maghreb, le maschere si sciolgono, trascinando il quintetto verso un baratro di verità inconfessabili e rovine emotive.


Il cinema di Gabriele Muccino approda a una nuova tappa della sua instancabile indagine sulle patologie della media borghesia, orchestrando un’opera che è, al contempo, un omaggio stendhaliano e un esercizio di crudeltà visiva. Se in passato il regista si è focalizzato sullo slancio vitale, qui l’asse si sposta sul decadimento, utilizzando la copia di Il rosso e il nero non come semplice feticcio, ma come bussola semantica per navigare tra ambizione e rovina.

Muccino abbandona le rassicuranti mura domestiche per un linguaggio visivo ipercinetico, che spesso scivola nel gratuito. La gestione dello spazio a Tangeri scardina la claustrofobia dei suoi lavori precedenti: la macchina da presa si muove con un’agilità felina, braccando i corpi degli interpreti in una coreografia di nervi scoperti. Tecnicamente, il film vive di un contrasto brutale: una sottrazione cromatica quasi plumbea nelle sequenze romane contro una sovraesposizione accecante in quelle africane. In Marocco, la luce non illumina, ma inquisisce con il rischio di apparire raggelante.

L’architettura del film si regge su un montaggio che frammenta la cronologia, delegando a voci fuori campo il compito di riassemblare un puzzle di soggettività alterate. È un cinema di “prospettive multiple” che vorrebbe flirtare con il noir psicologico, ma che inciampa in una sceneggiatura verbosa. Stefano Accorsi ripropone una maschera senile dei suoi vecchi eroi che dialoga a fatica con la fragilità troppo statuaria di Miriam Leone. Persino Blu (la Savignani), che dovrebbe fungere da reagente chimico, finisce per essere un mero espediente narrativo per giustificare l’ennesima esplosione di urla.

Il vero problema resta la cifra stilistica di Muccino: un’enfasi iperbolica che sfiora lo stucchevole. Picchi di decibel insostenibili, corse convulse e quei rallentatori enfatici ormai ridotti a feticcio di un parossismo che ha perso forza propulsiva. Chi cerca la misura troverà solo un frastuono indigesto. In questa mancanza di moderazione non risiede più l’autenticità, ma l’incapacità di evolvere: il regista non cerca la verità del trauma, ma si compiace della sua rappresentazione più smodata. Quando la narrazione sbanda verso il grottesco o la provocazione gratuita, la coerenza interna si sgretola. È un’esperienza che disturba non per la profondità del tema, ma per l’invadenza della messa in scena, confermando che il peggior Muccino è quello che, fissando l’abisso, finisce per trasformarlo in un set sovraeccitato e privo di reale direzione.

 

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