Fino alla fine
Fino alla fine (2024) ITA di Gabriele Muccino
Sophie, una giovane americana in viaggio in Italia per elaborare il lutto del padre, trascorre il suo ultimo giorno a Palermo con la sorella iperprotettiva. Stanca delle costrizioni, decide di allontanarsi e, su una spiaggia, incontra un gruppo di ragazzi del posto. Ciò che inizia come un’avventura leggera si trasforma rapidamente in una notte pericolosa, un vortice di tensione che la porterà a sfidare il proprio destino.
A quattro anni da Gli anni più belli, Gabriele Muccino torna con Fino alla fine, un film che segna un cambio di rotta rispetto ai suoi lavori più intimisti e generazionali. Se in un primo momento sembra imboccare la strada del dramma esistenziale, con i soliti dialoghi carichi di pathos e personaggi sull’orlo di una crisi di nervi, ben presto il film cambia marcia e si trasforma in un thriller frenetico, come frenetico è lo stile del regista. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Muccino insieme a Paolo Costella, gioca con le aspettative, dissemina indizi per poi scompigliare le carte, come le corse sfrenate tra i vicoli di Palermo.
La regia è dinamica, sfrutta il contesto urbano per esaltare la tensione, ma spesso si lascia andare ai soliti eccessi stilistici che appesantiscano la narrazione, in particolare l’eccesso di scene madri, urlate senza freni porta tutto all’estremo senza un reale motivo o significato. Vero è che Fino alla fine si distingue per un ritmo serrato e per la capacità di mantenere alta la suspense, ma sacrifica la profondità psicologica dei personaggi. La protagonista Sophie, interpretata da Elena Kampouris, dovrebbe avere una crescita interiore, ma le sequenze introspettive risultano forzate, come la scena del pianoforte in un centro commerciale deserto, che appare più artificiosa che significativa, al punto che questo coming of age diventa più una scelta dell’assurdo che una reale necessità psicologica.
Più incisivo è il personaggio di Komandante, interpretato da Lorenzo Richelmy, che lascia il segno con uno sguardo tormentato e un’energia ruvida. La sua presenza si impone più di quella di Sophie, tanto che il film sembra suggerire che il vero cuore della storia sia lui. Gli altri personaggi, invece, fungono principalmente da ingranaggi narrativi, senza grande spessore.
L’ambientazione palermitana viene sfruttata in modo suggestivo, con un occhio più estetizzante che realistico. Mondello, la Vucciria e il centro storico fanno da sfondo a un racconto che evita di approfondire la dimensione sociale o culturale, puntando piuttosto su un’estetica da cartolina. Se da un lato questa scelta favorisce l’universalità del film, dall’altro lo priva di un’identità autentica, tanto è vero che non si fa cenno alla mafia siciliana.
Il messaggio centrale del film – la vita è fatta di scelte e queste ci definiscono – viene ribadito con insistenza e poca sottigliezza. La narrazione procede senza giudicare le azioni dei protagonisti, lasciando che sia il pubblico a trarre le proprie conclusioni. Tuttavia, il tentativo di ibridare il coming-of-age con il thriller d’azione non sempre convince: alcune svolte appaiono forzate, e il realismo viene sacrificato in favore di una tensione più cinematografica che credibile.
