L’attimo fuggente

Il nostro parere

L’attimo fuggente (1989) USA di Peter Weir


Vermont, autunno 1959. Nell’austera e tradizionalista Accademia Welton, simbolo del conformismo borghese, l’arrivo del nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) sconvolge l’ordine prestabilito. Keating, ex allievo dell’istituto, utilizza metodi d’insegnamento eterodossi, spingendo i suoi studenti a “cogliere l’attimo” e a pensare con la propria testa. Un gruppo di ragazzi, tra cui il timido Todd Anderson e il brillante Neil Perry, decide di riportare in vita la “Setta dei Poeti Estinti”. Questo atto di ribellione intellettuale e la scoperta della passione (per la poesia, il teatro, l’amore) si scontreranno duramente con le rigide regole dell’accademia e con l’autorità patriarcale delle loro famiglie, portando a conseguenze irrevocabili.



Peter Weir è sempre stato un regista affascinato dalla collisione di sistemi chiusi, dalla frizione tra l’individuo e la comunità (come già dimostrato magistralmente in Witness – Il testimone). L’attimo fuggente non fa eccezione e orchestra una potente, seppur a tratti ruffiana, dicotomia tra il conformismo asfissiante di un’istituzione e l’individualismo romantico. La sceneggiatura di Tom Schulman (premiata con un meritato Oscar) è intelligente nel suo impianto, anche se si concede una galleria di “villain” – dal preside Nolan al padre di Neil – forse troppo monodimensionale, poste a netto ostacolo dell’eroe.

Ma è proprio qui che la regia di Weir e la tecnica cinematografica elevano il materiale. Il contributo del direttore della fotografia John Seale è fondamentale. Seale non si limita a dipingere un New England autunnale da cartolina; egli costruisce visivamente il conflitto. Contrasta la geometria opprimente e claustrofobica dei chiostri e delle aule (girate alla St. Andrew’s School nel Delaware) con l’improvvisa ampiezza dei paesaggi aperti, come nella celebre metafora, forse fin troppo esplicita ma visivamente splendida, dello stormo di oche che si libra in volo, eguagliando l’energia repressa dei ragazzi.

Sul piano attoriale, il film è un esercizio di equilibrio. Robin Williams offre una delle sue interpretazioni più misurate e potenti. Non è il ciclone comico di Good Morning, Vietnam; è un catalizzatore. Come notarono i critici più attenti all’epoca, Keating è saggiamente assente per buona parte del film, permettendo alla sua influenza di agire sui ragazzi, che sono il vero cuore pulsante del racconto. Ed è un “ensemble” di giovani attori straordinario (un timido e intenso Ethan Hawke; un tragico e carismatico Robert Sean Leonard) che regge il dramma senza mai sfigurare.

L’attimo fuggente (che, e qui rabbrividiamo al solo pensiero, la Touchstone voleva trasformare in un clone di Saranno famosi intitolato Sultans of Swing) è un coming-of-age che funziona su più livelli. È un melodramma potente sull’eredità, sulla difficoltà di trovare la propria voce e sul prezzo della libertà intellettuale. Rivederlo oggi, consapevoli della tragica scomparsa del nostro “Capitano”, apre inevitabilmente quella “porta delle emozioni” che il grande cinema sa sempre come forzare. Il finale, con quel gesto di sfida sui banchi, resta uno dei momenti più catartici e sinceramente commoventi del cinema americano di fine millennio.

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