Remake

Il nostro parere

Remake (2025) USA di Ross McElwee


Ross McElwee, noto documentarista che ha fatto del cinema-diario la sua cifra stilistica, torna in scena dopo quattordici anni di assenza con un film doloroso e intimo. Attraverso il materiale d’archivio che ha ripreso nel corso della sua vita, affronta la morte prematura del figlio Adrian, scomparso a soli 27 anni per un’overdose di fentanyl. In un monologo che è al tempo stesso un’autocritica e una dichiarazione d’amore, McElwee ripercorre il rapporto con il figlio, cercando di capire cosa non ha funzionato, cosa ha perso di vista dietro l’obiettivo della sua macchina da presa. Una sorta di scavo nell’anima di un padre che si interroga sul suo ruolo e sul suo mestiere di fronte a una perdita immensa.


I cineasti che si mettono al centro delle loro opere corrono il rischio di perdersi tra le pieghe della loro vita, che a volte ha dei colpi di scena inaspettati. Il film di Ross McElwee, un viaggio introspettivo e straziante, affronta proprio questo: il dolore e il rimpianto di un padre di fronte alla morte del figlio. Se c’è una cosa che colpisce fin da subito è la presenza del regista, solitamente arguta e disinvolta, che qui appare annichilita e smarrita, quasi non riuscisse a trovare le parole per dare un senso a ciò che gli è successo.

Il film, non a caso, si intitola Remake, perché parla di un progetto mai andato in porto: un rifacimento in chiave di fiction, forse per la tv, del celebre film di McElwee, Sherman’s March. Questa idea, discussa tra padre e figlio, rappresenta il punto di attrito tra loro, il primo scettico e il secondo ansioso di vedere il padre “sistemarsi” con un film più commerciale. Una trama secondaria che, a prima vista, appare fuori posto in un’opera così intima e disperata, ma che, in realtà, rivela molto sulle dinamiche che hanno legato i due e sull’incapacità di capirsi a vicenda.

McElwee in Remake si confronta non solo con il dolore per la perdita del figlio, ma anche con la sua intera carriera. Il suo sguardo introspettivo lo porta a mettere in discussione il suo ruolo di regista, il suo talento e la sua capacità di vedere la realtà in modo disincantato. Attraverso il montaggio, il regista sembra voler dare una nuova lettura di se stesso, del suo matrimonio fallito, del rapporto con il figlio. Tutto ciò che è stato girato per una vita intera, tutto il materiale accumulato negli anni, diventa un’arma a doppio taglio. Se da un lato serve per tenere in vita il ricordo di Adrian, dall’altro mostra impietosamente le fragilità, le omissioni, i momenti in cui il padre non ha visto ciò che accadeva sotto i suoi occhi.

Remake non si limita a essere un lamento, ma esplora anche la prospettiva di Adrian. Il regista, in un gesto di profonda onestà, ci mostra non solo i suoi filmati, ma anche quelli girati dal figlio, che a sua volta coltivava ambizioni da filmmaker. In questo modo si crea una sorta di dialogo postumo, in cui le riprese di Adrian, con le sue speranze, le sue insicurezze e la sua sofferenza, si alternano a quelle del padre, offrendo una visione completa del loro rapporto complesso, fatto di vicinanza e distanza.

È un’opera profondamente dolorosa, che non cerca di nascondere le lacrime né di trovare facili risposte. Il film è come un pugno nello stomaco che ti costringe a riflettere su cosa significa essere un padre, un regista e, più in generale, una persona. Pur con difetti nella tenuta, è un film di grandissima onestà.

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