Blindness – Cecità
Blindness – Cecità (2008) USA di Fernando Meirelles
In una metropoli non specificata, una misteriosa epidemia di cecità “bianca” si diffonde a macchia d’olio, portando la società al collasso. Il governo decide di mettere in quarantena i contagiati, inclusi un oculista e i suoi primi pazienti, in un vecchio sanatorio sorvegliato. L’unica a vedere è la moglie dell’oculista (Julianne Moore), che finge la malattia per restare accanto al marito (Mark Ruffalo). All’interno della struttura, l’isolamento e la fame scatenano un’agghiacciante discesa nell’inciviltà e nella violenza primordiale, guidata dalla brutalità del leader della Terza Corsia (Gael García Bernal). La donna vedente diventa così l’unica speranza di salvezza in un mondo di ciechi allo sbando, dentro e fuori le mura.
Fernando Meirelles adatta il celebre e claustrofobico romanzo di José Saramago, Nobel per la Letteratura, trasformando la sua allegoria socio-politica in un’esperienza cinematografica cruda, sgradevole e deliberatamente respingente. Blindness non è un’opera pensata per il piacere dello spettatore; è un pugno nell’occhio che mira a destabilizzare.
Sul piano tecnico, il film è un esperimento di estetica della deprivazione sensoriale e del caos visivo. Il direttore della fotografia, César Charlone (già collaboratore di Meirelles in City of God), utilizza una palette cromatica quasi completamente denaturata, al limite della sovraesposizione o del buio impenetrabile. L’ossessivo utilizzo del “bianco accecante” non è solo un motivo tematico, ma un preciso artificio stilistico che, unito a inquadrature spesso sbilenche o troppo ravvicinate – quasi soffocanti – rende la visione fisicamente ansiogena. L’immagine è “sporcata”, lavorata per apparire grezza e per restituire la sensazione di un mondo percepito in modo alterato, a tratti al limite dell’illeggibile.
Il comparto sonoro è forse l’aspetto più aggressivo e memorabile. L’audio è un martellamento metallico, di urla e fracassi amplificati in modo quasi punitivo rispetto ai dialoghi, un mix che accentua la brutalità dell’ambiente e l’assenza di quiete. È un sound design che non si limita ad accompagnare, ma attacca lo spettatore, trascinandolo senza tregua nell’inferno acustico dei protagonisti.
Julianne Moore, nel ruolo della Dottoressa, è il nostro fragile punto di vista, la “lente” attraverso cui siamo costretti a osservare l’abbandono della civiltà. La sua performance regge il peso di un film che altrimenti collasserebbe nel mero orrore da survival. Il film di Meirelles è radicale nel suo nichilismo: le figure archetipiche, dai MacGuffin come la coppia asiatica (Yusuke Iseya e Yoshino Kimura) al saggio (Danny Glover), fino al tiranno (Gael García Bernal), agiscono come simboli di una regressione umana forse prevedibile.
Nonostante il finale, forzatamente ancorato alla parziale inversione di rotta di Saramago, risulti quasi fiabesco e fuori tono rispetto all’orrore precedentemente distillato, il film riesce nell’intento di interrogarci sulla vera natura della cecità: non la mancanza di vista, ma l’incapacità di vedere l’altro. Un’opera coraggiosa, formalmente audace ma estenuante, sconsigliata ai deboli di stomaco ma imprescindibile per chi cerca un cinema di profonda, per quanto amara, riflessione allegorica. Un saggio sulla condizione umana messo in scena con un’implacabile maestria tecnica.
