After the hunt – Dopo la caccia
After the hunt – Dopo la caccia (2025) ITA di Luca Guadagnino
Ad Alma Imhoff, stimata professoressa di filosofia a Yale prossima alla cattedra, viene affidato un peso etico insostenibile: la sua brillante studentessa, Maggie Price, accusa il collega e intimo amico di Alma, Hank Gibson, di aggressione sessuale. La situazione fa detonare la calma apparente dell’ambiente accademico, costringendo Alma a navigare tra la fedeltà all’amico, l’obbligo morale verso la sua protetta e l’ombra del proprio passato torbido, mentre il confine tra verità e percezione si fa sempre più sfocato.
Guadagnino, dopo le ardenti derive di Chiamami col tuo nome e l’estetica di Challengers, cambia registro e ci introduce in un’architettura filmica deliberatamente più fredda e cerebrale. After the Hunt è un psicodramma da campus che mutua l’ambiguità etica di opere come Il dubbio di Shanley, ma la cala nel zeitgeist della “consequence culture,” o, se preferite, della “cancel culture,” sfuggendo però alla facile polemica.
Il regista abbandona in larga misura l’estetica solare e sensuale a cui ci aveva abituato, in favore di interni in mogano e luci dorate (si noti la fotografia, che abbraccia una palette cromatica calda ma quasi soffocante), che contribuiscono a creare una sensazione di elegante prigione intellettuale. L’ambiente è quasi un personaggio a sé stante: un biotopo elitario dove il prestigio e il codice etico teorizzato (il Character and Personal Qualities di Yale) si scontrano con la grezza e complessa realtà umana.
Il vero motore del film è la sceneggiatura, curata dalla debuttante Nora Garrett, che struttura il racconto come un thriller di inaffidabilità, dosando le rivelazioni sui tre personaggi principali (non solo Hank, ma anche le ambiguità di Maggie e i vizi di Alma) con precisione orologiera. Come per il tictoc-ing della partitura di Trent Reznor e Atticus Ross – una scelta sonora che amplifica una costante tensione pre-detonazione, quasi un leitmotiv della nevrosi intellettuale che deborda anche sopra i dialoghi– ogni dettaglio è un indizio che costringe lo spettatore a rinegoziare la propria certezza.
Julia Roberts è ottima. Con un look à la Lauren Bacall e un guardaroba academia-chic impeccabile (lode alla costumista Giulia Piersanti), riesce a restituire una Alma sfaccettata: affascinante, manipolatrice, eppure tragicamente segnata dal proprio passato. Andrew Garfield è bravissimo nel tratteggiare la discesa nella disperazione del professore “cancellato,” mentre Ayo Edebiri mantiene la sua Maggie in un limbo di ambigua vulnerabilità.
Guadagnino non cerca una risposta univoca, anzi, come uno scienziato sociale, filma la collisione tra la micro-dinamica del sospetto, la meso-dinamica istituzionale e la macro-dinamica delle guerre culturali e generazionali. La polemica sui Gen Z e il “non volersi rendere scomodi” non è forse la più sottile, ma è funzionale a esporre la deprivazione – intesa come privazione di un oggetto del desiderio, che sia l’amore, il potere o la cattedra – come l’altra faccia della medaglia del desiderio che ha spesso animato il suo cinema.
Certo, la scelta del font e la musica alla Woody Allen nei titoli di testa è una mossa rischiosa, che rischia di confondere le acque etiche ancor prima che la narrazione si avvii sui propri binari. Ma superato questo inciampo, il film si rivela un’opera stimolante, che costringe a un sano scetticismo e a una valutazione più profonda della verità nell’era della polarizzazione. Non è un film su chi ha torto o ragione, ma su quanto sia facile perdere la capacità di contemplare verità multiple contemporaneamente.
