Chewingum

Il nostro parere

Chewingum (1984) ITA di Biagio Proietti


Ambientato in una Roma in cui il liceo sembra essere un mero pretesto, il film segue un gruppo di studenti dell’ultimo anno, nominalmente impegnati con la maturità. La narrazione è assente, sostituita da una sequela di bozzetti giovanili che ruotano attorno al fatiscente Chewingum Bar. Tra scommesse futili e triangoli amorosi appena abbozzati, sfilano la bellezza irraggiungibile (Isabella Ferrari), il “bello e dannato”  (Massimo Ciavarro), e il comico fuori contesto (Maurino Di Francesco). L’unico fil rouge? L’attesa di un esame che sembra non interessare a nessuno.



Rivisto oggi, Chewingum non è semplicemente un film “datato”; ma un brutto film, nato come stanca imitazione del fortunato filone balneare dei Vanzina. La sceneggiatura è un assemblaggio casuale di cliché, in cui i personaggi non evolvono ma si limitano a recitare funzioni: i fidanzatini osteggiati, la ragazza che si rifà, il playboy di quartiere. I dialoghi, atroci, riescono nell’impresa di banalizzare ogni interazione umana, riducendo gli interpreti a marionette prive di spessore psicologico che rendono modesta ogni interpretazione.

Dal punto di vista della messa in scena, il film è didascalico e privo di qualsiasi guizzo registico. L’inquadratura è statica, l’illuminazione piatta, e il montaggio procede per giustapposizione, senza ritmo né tensione. È evidente che non c’era una visione registica forte; si trattava unicamente di riempire il tempo con volti noti e canzoni popolari.

E qui sta il paradosso più grande: l’unico elemento strutturalmente coeso è la colonna sonora, utilizzata in modo sfacciato come mero espediente commerciale e stampella emotiva. La forzatura delle hit dance e new wave dell’epoca (Self Control in testa) non nobilita la pellicola, ma sottolinea impietosamente il vuoto contenutistico. La sua involontaria utilità sta nella rappresentazione di un’epoca, una testimonianza nostalgica per chi ha vissuto quegli anni e che rivede gadget, abiti, pettinature che rimandano alla gioventù che non c’è più.

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