A bold beautiful journey – Un viaggio straordinario
A bold beautiful journey – Un viaggio straordinario (2025) USA di Kogonada
David (Colin Farrell), un uomo solitario in piena crisi di mezza età che accudisce il padre malato, noleggia un’auto con un GPS senziente che lo trascina in un viaggio surreale. Lungo la strada raccoglie Sarah (Margot Robbie), una donna cinica e cronicamente infedele incontrata a un matrimonio. Guidati dal misterioso navigatore, i due attraversano portali fisici — vere e proprie porte autoportanti — che li proiettano nei rispettivi traumi infantili e passati fallimenti sentimentali, nel tentativo di guarire le proprie ferite e, forse, imparare ad amarsi.
Kogonada, che avevamo seguito per il rigore formale di Columbus e la delicatezza sci-fi di After Yang, sembra vittima di un’ambizione bulimica. Il film tenta di essere un incrocio tra un road movie metafisico e un’opera di Charlie Kaufman, ma senza la crudeltà intellettuale o il senso di perturbante di un Eternal Sunshine. La sceneggiatura di Seth Reiss (finito nella Black List per motivi che, dopo la visione, appaiono nebulosi) si arena sul tema letterario delle “porte” come portali temporali. Un’idea visivamente accattivante — splendido il lavoro sulla fotografia e sui contrasti cromatici, quasi a voler emulare un quadro di David Hockney — ma che rimane desolantemente in superficie.
Dal punto di vista tecnico, il film è una delizia per gli occhi: inquadrature simmetriche, un montaggio che gioca bene con le ellissi temporali e una regia che accarezza i volti dei protagonisti con una luce calda e avvolgente. Ma è un involucro dorato che nasconde il vuoto. Quando David e Sarah visitano i propri traumi, sembra di assistere a una versione edulcorata e “instagrammabile” dell’inconscio.
Il film soffre dello stesso problema dei suoi protagonisti: non sa impegnarsi. Oscilla tra il realismo magico e la commedia sentimentale senza mai tuffarsi nel profondo. Ci resta la performance canora di Farrell (un delitto che non faccia musical ogni anno) e la bellezza di due star fuori dal loro tempo, incastrate in un’opera che scambia la vacuità per poesia. Un viaggio “grande e audace” solo nel titolo; per noi spettatori, è stata più che altro una sosta prolungata in un autogrill esistenziale.
