Swiped
Swiped (2025) USA di Rachel Lee Goldenberg
Whitney Wolfe è una giovane ambiziosa che, stanca di vedere le proprie idee filantropiche ignorate dal “club dei ragazzi” del tech, si unisce alla startup di Sean Rad. Qui non solo battezza l’app Tinder, ma ne orchestra l’ascesa virale nei campus americani, diventandone co-fondatrice. Tuttavia, il successo si scontra con una cultura aziendale tossica e le molestie del socio e compagno Justin Mateen, che la portano a un’estromissione forzata. Ma dalle ceneri di questa battaglia legale, Whitney risorge incontrando Andrey Andreev e fondando Bumble, l’app dove sono le donne a fare la prima mossa.
In un panorama cinematografico ormai saturo di “corporate biopics” — dai ritmi sincopati di Sorkin in The Social Network alla satira tagliente di BlackBerry — Rachel Lee Goldenberg tenta di inserire un tassello mancante: la prospettiva femminile nel machismo digitale. “Swiped” si presenta come un’opera dal montaggio serrato, quasi a voler mimare la frenesia di una notifica push, ma con una struttura narrativa che purtroppo ricalca i binari più classici e rassicuranti del genere rise-and-fall-and-rise again.
Sotto il profilo tecnico, la regia di Goldenberg tradisce la sua formazione televisiva: la messa in scena è pulita, funzionale, con una palette cromatica vibrante che ben fotografa l’estetica patinata delle startup. Tuttavia, manca quel guizzo autoriale, quella sporcizia visiva o quel rigore formale che abbiamo ammirato in altre opere, capace di far percepire la molestia attraverso il silenzio e il fuori campo. In “Swiped”, il conflitto è invece esplicito, quasi didascalico.
Lily James offre una prova incerta, limitata da una sceneggiatura che dipinge i comprimari maschili come caricature monodimensionali del “bro” misogino. Interessante, seppur poco approfondito, l’uso delle montage-sequences per visualizzare la crescita esponenziale dei dati: un espediente visivo che cerca di rendere cinematografico l’arido linguaggio delle metriche di borsa.
Il film brilla quando analizza la genesi del marketing emozionale, ma pecca di un eccessivo ottimismo agiografico. Sebbene sia lodevole l’intento di celebrare l’icona femminista, il cinefilo più esigente avvertirà la mancanza di quelle zone d’ombra necessarie a rendere tridimensionale un ritratto umano. È un prodotto short & sweet, un po’ come un profilo Tinder con ottime foto ma una bio troppo breve: ci piace, mettiamo il “like”, ma probabilmente non ci sposeremo.
