L’amore che non muore
L’amore che non muore (2024) FRA di Gilles Lellouche
Francia, anni ’80. Jackie (Mallory Wanecque) è la studentessa modello, Clotaire (Malik Frikah) il giovane delinquente dal quartiere popolare. Tra loro scatta l’inevitabile e travolgente amour fou, scandito da mixtape cariche di Prince e The Cure. Ma il mondo criminale in cui Clotaire gravita li separa brutalmente, costringendolo a dodici anni di prigione. Anni dopo, lui (ora François Civil) esce cercando vendetta, mentre lei (l’impetuosa Adèle Exarchopoulos) si è rifatta una vita, sposata con un altro. Il destino, ovviamente, non ha ancora finito con loro.
Diciamolo subito, stimati lettori di Ifellini.com: da Gilles Lellouche, attore navigato e regista della piacevole commedia corale 7 uomini a mollo, non ci aspettavamo un simile terremoto cinematografico. L’amore che non muore (presentato in concorso a Cannes con il titolo originale L’amour ouf) è un’opera smisurata, quasi 166 minuti di pura ambizione che tentano la fusione a caldo di generi apparentemente inconciliabili. È un teen drama romantico sulla scia del cinema USA anni ’80, un polar francese brutale e iperviolento, e all’improvviso, senza preavviso, un musical sognante che ferma l’azione per un numero di danza.
Lellouche spinge il pedale dell’acceleratore e non lo solleva quasi mai. La sua regia è un bombardamento sensoriale che cerca (e spesso trova) l’effetto massimo in ogni singola scena, spremendo l’inquadratura widescreen con una color grading satura e un montaggio che non dà tregua. Coadiuvato da una colonna sonora onnipresente e trascinante (la cassetta “C+J” è il vero MacGuffin emotivo), il regista francese gioca con i codici, passando da sparatorie giocate sulle ombre (l’incipit) a momenti di pura astrazione visiva (l’eclissi solare che ferma il tempo), omaggiando Scorsese quanto Demy. È un cinema che inciampa, si rialza, urla, ma non annoia.
Questa energia tracimante poggia sulle spalle di un cast in stato di grazia. Se i giovani Wanecque e Frikah restituiscono la chimica elettrica e disperata del primo amore, sono Adèle Exarchopoulos e François Civil a reggere il peso melodrammatico dell’età adulta. Lei è semplicemente travolgente, capace di riempire lo schermo con una vita interiore che deborda da ogni sguardo; lui è pura fisicità rabbiosa, una scheggia impazzita mossa dalla vendetta e dall’ossessione.
Eppure, in questa generosità barocca, Lellouche perde un po’ la misura. Il film è sbilanciato. Se la prima parte, quella dell’innamoramento adolescenziale, è folgorante nella sua energia ma troppo melodrammatico negli stereotipi dell’amore giovanile, la seconda metà, dedicata alla reunion criminale, fatica a mantenere la stessa tensione. Alcune sottotrame (come il rapporto col boss di Benoît Poelvoorde) evaporano, e le quasi tre ore di durata si sentono tutte nell’avvicinamento a un finale che, dopo tanta epica, risulta quasi spiazzante nella sua normalità, quasi “borghese”.
L’amore che non muore è un cuore che batte all’impazzata (come suggerisce il titolo internazionale, Beating Hearts), un film sgangherato, rumoroso, a tratti forzato nella sua ricerca dell’epica, ma innegabilmente vivo. Un’opera imperfetta ma pulsante, che ha la follia e l’incoscienza di un esordiente o di un cineasta che decide di giocarsi il tutto per tutto.
