La vita va così
La vita va così (2025) ITA di Riccardo Milani
Alle soglie del nuovo millennio, l’ancestrale furriadroxiu (la casa del ritorno) del pastore sardo Efisio Mulas finisce nel mirino di Giacomo, potente imprenditore milanese. L’obiettivo è trasformare quella costa incontaminata e bellissima in un resort a cinque stelle. Nonostante le pressioni crescenti della comunità (che sogna il lavoro) e le offerte milionarie portate da Mariano, un mediatore palermitano, Efisio oppone una resistenza silenziosa e irremovibile. Sostenuto solo dalla figlia Francesca, l’uomo difende la memoria della terra contro la logica divoratrice del profitto.
Riccardo Milani prosegue la sua indagine antropologica dei “territori da difendere”, tornando in Sardegna dopo il documentario su Gigi Riva. Come nel recente Un mondo a parte, il regista romano orchestra una dialettica che conosce e maneggia da tempo: quella tra il Nord del profitto (un Diego Abatantuono sospeso tra cinismo e fragilità) e il Sud delle radici. Ispirato alla tenace vicenda reale di Ovidio Marras, La vita va così (titolo fin troppo didascalico e quasi rassegnato) è una commedia sociale sulla resistenza dell’individuo contro la collettività e del passato contro un futuro che non guarda in faccia a nessuno.
Il problema è che la nobiltà dell’assunto politico si scontra con una drammaturgia che scivola nello schematico e nel luogo comune. La sceneggiatura (firmata con Michele Astori) manca di sfumature, tracciando una contrapposizione stereotipica che elegge un buono (il pastore quasi gandalfiano) e un cattivo (l’imprenditore-Sauron sulla torre milanese). Questa semplificazione, unita a “spiegoni” verbali e monologhi didascalici, depotenzia il conflitto e appesantisce la narrazione, che fatica a giustificare le quasi due ore di durata.
Milani cerca un equilibrio, già precario in altri suoi lavori, tra il registro comico e l’affondo drammatico. Il risultato, però, è disequilibrato e lascia confusi. Il film sembra guardare a un certo cinema nostrano anni ’70/’80, ma senza averne le maschere adatte. Questioni complesse (disoccupazione, spopolamento, solitudine) fanno capolino per poi svanire, alleggerite da un sorriso dolente che non sa mai decidersi fino in fondo.
A salvare (in parte) l’operazione è un cast in ottima forma. Giuseppe Ignazio Loi, vero pastore alla sua prima prova, offre un’intensità magnetica: il suo Efisio è rude, rabbioso, un uomo di gesti più che di parole. Aldo Baglio nel ruolo di Mariano trova una delle sue performance migliori, evolvendo con credibilità da saccente mediatore a uomo vulnerabile. Virginia Raffaele (passata dal marsicano di Un mondo a parte al sardo) regge il ruolo della figlia, pur inciampando in un paio di scene madri eccessivamente urlate. Più sacrificato il ruolo di Geppi Cucciari, la cui sottotrama giudiziaria appare forzata e superflua.
La vita va così è un film di pregevoli intenzioni, che pone la domanda giusta: cosa siamo disposti a sacrificare sull’altare del progresso? Purtroppo, la messa in scena non è all’altezza del quesito. Resta l’appello (forse fin troppo ottimista) alla resistenza e la tenerezza per un eroe che non usa la violenza, ma solo la forza della memoria.
