Eterno visionario

Il nostro parere

Eterno visionario (2024) ITA di Michele Placido


Durante il viaggio che lo conduce a Stoccolma per ritirare il premio Nobel, Pirandello rivive i momenti della sua vita: i fantasmi che lo inseguono durante la scrittura, la follia della moglie che lo tormenta, l’amore irrisolto verso Marta Abba, la sua musa ispiratrice, l’egoismo dell’artista che trascura ogni cosa, compresa la famiglia.


Con Eterno Visionario, Michele Placido ci offre un ritratto ambizioso di Luigi Pirandello, utilizzando il viaggio verso Stoccolma per ricevere il Premio Nobel come filo conduttore per esplorare la sua vita e la sua arte. Il film si propone di intrecciare biografia e riflessione artistica, evidenziando i parallelismi tra le opere del drammaturgo e i tormenti della sua esistenza. Tuttavia, nonostante l’intenzione lodevole, il risultato è altalenante sia per la struttura convenzionale sia per una drammaturgia un po’ enfatica.

Il punto di forza del film è sicuramente la capacità di Fabrizio Bentivoglio di incarnare Pirandello con intensità e malinconia. Il personaggio emerge come un uomo diviso tra il peso delle sue inquietudini personali – la malattia mentale della moglie, il difficile rapporto con i figli, i rimpianti familiari – e l’urgenza creativa che lo spinge a trasformare il caos della sua vita in arte. La sequenza in cui riflette sulla genesi di Sei personaggi in cerca d’autore è particolarmente riuscita: la metafora dei personaggi che inseguono il loro creatore, implorandolo di raccontare le loro storie, è una potente immagine del conflitto tra vita e creazione artistica.

Placido riesce a evocare con sensibilità il legame indissolubile tra l’esperienza personale di Pirandello e la sua poetica, fatta di giochi tra realtà e finzione, maschere e identità. Tuttavia, la narrazione risulta frammentaria ed episodica rie, lasciando molte vicende e personaggi solo accennati. Il rapporto con il fascismo, ad esempio, è trattato in modo frettoloso, così come altri momenti che avrebbero meritato maggiore profondità. L’enfasi in alcune scene, poi, appesantisce la narrazione.

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