10 Oscar alla carriera – parte 5

Ci avviciniamo sempre di più ai giorni nostri. Vicini alla conclusione di questo omaggio al passato. Da notare come in questi dieci anni presi in considerazione, l’Italia giochi un ruolo fondamentale con personaggi quali Loren, Fellini e Antonioni. Insomma, l’età d’oro del cinema di casa nostra riconosciuta e omaggiata dagli americani.

1986. Paul Newman è nato il 26-1-1925 a Shaker Heights. Dopo aver maturato qualche esperienza teatrale, nel 1943 decide di arruolarsi in marina. Nel 1949 muore suo padre e Paul frequenta la Yale School of Drama. Abbandona presto la scuola e comincia a lavorare nei teatri di New York, continuando a perfezionare la sua tecnica presso l’Actor’s Studio. Viene notato dalla Warner Bros, che lo mette sotto contratto, facendolo esordire nel cinema. Il successo arriva grazie al ruolo del pugile Rocky Graziano nel film Lassù qualcuno mi ama (1956). Tra i tanti titoli è doveroso ricordare la pellicola diretta da Alfred Hitchcock, Il sipario strappato (1966), e i due fortunatissimi lavori in coppia con Robert Redford, Butch Cassidy (1969) e La stangata (1973).  Tante volte candidato all’Oscar, Paul Newman è stato a un passo dalla vittoria in molte occasioni: nel 1958 per La gatta sul tetto che scotta, nel 1961 per Lo spaccone, nel 1963 per Hud il selvaggio, per Nick mano fredda (1967), Diritto di cronaca (1981) e Il verdetto (1982), ma è riuscito a conquistare l’ambita statuetta soltanto nel 1986 per Il colore dei soldi di Martin Scorsese. L’ultima nomination nel 2003 per il film Era mio padre di Sam Mendes. Paul Newman ha sposato nel 1958 l’attrice Joanne Woodward, con la quale ha spesso fatto coppia anche sullo schermo (tra gli altri Missili in giardino, 1958, La lunga estate calda, 1958, Indianapolis, pista infernale,1969, Detective Harper: acqua alla gola, 1976, Harry & Son, 1984, Mr. & Mrs. Bridge, 1990) e nel 1978 è stato protagonista di una tragica vicenda privata: il figlio Scott è morto per una overdose, lasciandolo inevitabilmente sconvolto dal dolore. Le corse automobilistiche sono state da sempre la sua più grande passione. Ma Paul Newman è anche celebre per la sua attenzione verso i meno fortunati; si dedica infatti da anni ad una linea di prodotti alimentari a scopo benefico e nel 1994 ha ricevuto un Hersholdt Oscar per il suo impegno umanitario. Paul Newman è morto il 26 settembre del 2008 per un cancro ai polmoni all’età di 83 anni.

1987. Ralph Bellamy (17/6/1904 – 29/11/1991) Inizia la carriera nei teatri di provincia, passando poi a Broadway. A Hollywood, dove giunge nel 1931, interpreta una cinquantina di film. Nel 1943 ritorna al teatro, occupandosi anche di regia, e riscuote un notevole successo nella parte di McLeod in Detective Story (1942). Da questo lavoro trae spunto per la parte di un popolare personaggio, il poliziotto Mike Barnett, protagonista della fortunata serie di telefilm Men against Crime. Tra le sue interpretazioni cinematografiche: Proibito (1932) di F. Capra, Notte di nozze (1935) di K. Vidor, L’orribile verità (1937) di L. McCarey, La signora del venerdì (1940) di H. Hawks, Corte marziale (1955) di O. Preminger.

1990. Akira Kurosawa (23/3/1910 – 6/9/1998) Soprannominato “l’imperatore del cinema giapponese” nasce a Tokyo, discendente da una famiglia di samurai. Akira è  appassionato di pittura e, dopo un apprendistato nel campo delle arti figurative, entra nel cinema incoraggiato dall’amico Yasujiro Ozu. Nei primi anni del dopoguerra Akira può esprimersi con maggiore libertà, spaziando fra pellicole incentrate su problematiche sociali e film storici, raccontando storie di uomini in caparbia lotta contro i mali e le ingiustizie della società, come L’angelo ubriaco (1948) e Cane randagio (1949), tanto che molti critici definiscono il suo cinema come una forma di “realismo umanistico”, prossimo ai valori occidentali. I film di Kurosawa sono molto accessibili allo spettatore straniero, proprio per la presenza di diversi soggetti ripresi dalla letteratura occidentale come Il trono di sangue (1957) tratto dal Macbeth di Shakespeare e Ran (1985), ispirato molto liberamente a Re Lear.  Il suo punto di forza è stato quello di trovare un perfetto equilibrio fra la tradizione culturale giapponese e la cultura letteraria occidentale, con i temi forti del potere, del comando, della dedizione; a conferma di tutto ciò, sarà proprio la sua filmografia a influenzare gli occidentali e non viceversa: I sette samurai (1954, leone d’oro al Festival di Venezia); La sfida del samurai; La fortezza nascosta (1958). La sua fama internazionale è però dovuta a Rashômon (1950) che gli varrà il Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia e poi l’Oscar come miglior film straniero.Il suo stile semplice e spettacolare e la sua capacità di essere cantore dell’epos, di valori umani comprensibili e condivisibili dalle platee di tutto il mondo, gli costarono la venerazione di autori quali George Lucas e Francis Coppola, che finanziarono i già citati Kagemusha e Ran, mentre Sogni fu coprodotto da Spielberg. L’ultimo suo film Madadayo – Il compleanno (1993) appare quasi una sintesi finale, fredda e commovente, della visione del mondo del cineasta giapponese che, probabilmente, si identifica con il vecchio professore festeggiato dai suoi ex allievi, non ancora pronto a lasciare la vita. Il maestro si spegne il 6 settembre 1998 a Setagaya, un quartiere di Tokyo.

1991. Sophia Loren è nata Scicolone, nome d’arte Lazzaro, quando fu costretta a scegliersi un altro pseudonimo. Nata a Roma il 20 settembre 1934, trascorre l’infanzia e la giovinezza a Pozzuoli, paese natale della madre, Romilda, che da ragazza ha vinto un concorso indetto dalla Metro Goldwin Mayer come miglior sosia di Greta Garbo. Anche lei partecipa presto ad ogni genere di gare di bellezza. Non ancora ventenne firma un contratto di sette anni con Carlo Ponti,grazie alle sue esuberanti doti fisiche e alla sua verve da napoletana verace (L’oro di Napoli, Vittorio De Sica, 1954). Contemporaneamente mostra di trovarsi a proprio agio anche per le strade di Roma (Peccato che sia una canaglia, Alessandro Blasetti, 1954). Forse perchè si ritrova vicina a Vittorio De Sica e a Marcello Mastroianni, due uomini, due artisti, che avranno un ruolo importante nella sua vita, non solo artistica. Considerata l’erede di Silvana Mangano e la diretta rivale di Gina Lollobrigida, nella seconda metà degli anni ’50 parte alla conquista di Hollywood e passa ai sontuosi costumi di Orgoglio e passione (Stanley Kramer, 1957), accanto a Frank Sinatra e all’ufficiale inglese Cary Grant. Dopo di loro incanta i divi hollywoodiani più maturi e popolari, come Clark Gable, John Wayne, William Holden ed Anthony Quinn, suo partner in Orchidea nera (Martin Ritt, 1958), film per cui vince il premio come migliore attrice protagonista alla Mostra di Venezia. Con Vittorio De Sica si aggiudica l’Oscar (La ciociara, 1960). Nonostante la sua giovane età (quando gira il film ha venticinque anni) risulta particolarmente convincente e si guadagna l’incondizionata simpatia di un pubblico ormai abituato a seguire sui rotocalchi la sua tormentata storia d’amore con Carlo Ponti, all’epoca sposato con un’altra donna. Subito dopo soffre d’amore per Charlton Heston El Cid (Anthony Mann, 1961), e poi fa soffrire Marcello Mastroianni con uno spogliarello interrotto in onore di un fioretto (Ieri, oggi, domani, Vittorio De Sica, 1963). Nel 1966 diventa la signora Ponti e, dopo tante attese deluse, nel dicembre del 1968 il matrimonio viene finalmente allietato dalla nascita di due figli. Anche se nel corso della sua carriera recita a fianco di Gregory Peck, Paul Newman, Richard Burton, Omar Sharif, addirittura di Marlon Brando come clandestina a bordo di un transatlantico di lusso (La contessa di Hong Kong, Charlie Chaplin, 1967), solo per Mastroianni sembra disposta a fare di tutto. Traversa l’Europa fino in Russia per riabbracciarlo come marito creduto morto in guerra (I girasoli, Vittorio De Sica, 1970), gli chiede un po’ d’amore quando è un omosessuale perseguitato dal regime fascista (Una giornata particolare, Ettore Scola, 1977). Per lui si spinge a sfidare i suoi sessant’anni riproponendo quel celebre spogliarello che stavolta viene interrotto non da un fioretto ma dal sonno improvviso di quell’invecchiato compagno di giochi (Prêt-a-porter, Robert Altman, 1994). Nel 1997 il Capo dello Stato Italiano la nomina ‘Cavaliere della Repubblica’. Anche Venezia, nel 1998, la premia con il Leone d’Oro alla carriera.

1991. Myrna Loy, nome d’arte di Myrna Adele Williams (2/8/1905 – 14/12/1993).  Ancora quindicenne, entrò a far parte di alcune compagnie locali come attrice e ballerina. Venne notata da Natacha Rambova che la segnalò insistentemente al marito Rodolfo Valentino perché recitasse nel suo nuovo film, What Price Beauty? (1925).  Nel 1934 ottenne un grande successo al fianco di William Powell nella gustosa commedia L’uomo ombra (1934), diretta dal grande W.S. Van Dyke, in cui i due impersonarono una coppia di coniugi detective, ironici e amanti della vita mondana. Il film, che avrà ben cinque seguiti offrì all’attrice la possibilità di dimostrarsi raffinata interprete brillante. Negli anni trenta e quaranta tornò sfavillante in numerose commedie, come La donna del giorno (1936),  Arditi dell’aria (1938) di Victor Fleming, con Clark Gable e Spencer Tracy; ma dimostrò grande versatilità anche in ruoli drammatici, come ne I migliori anni della nostra vita (1946), diretto da William Wyler. Durante la Seconda guerra mondiale, si dedicò con costante impegno a spettacoli di intrattenimento per le truppe americane al fronte e come organizzatrice di attività politiche e culturali per l’UNESCO. Dagli anni  sessanta diradò gradualmente le sue apparizioni.

1992. Satyiajit Ray (2/5/1921 – 23/4/1992). È considerato uno dei più grandi autori cinematografici del XX secolo. In 36 anni di carriera ha diretto circa quaranta film, tra i quali si ricordano Il lamento sul sentiero (1955), Aparajito (1956), Il mondo di Apu (1959) (questi tre film formano la cosiddetta “trilogia di Apu”), La sala di musica (1958), Tuoni lontani (1973) e Lo straniero (1991). Ha spesso curato personalmente la sceneggiatura, il montaggio, la fotografia, la scenografia, e la colonna sonora dei suoi film. Ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera al Festival di Venezia 1982, la Legion d’onore nel 1987 e l’Oscar alla carriera nel 1992, pochi giorni prima di morire.

1993. Federico Fellini Nasce a Rimini il 20.1.1920. Si trasferisce a Roma prima della guerra, dove fa il disegnatore umoristico in riviste come “Marc’Aurelio”, comincia a lavorare alla radio e come sceneggiatore cinematografico. Nel 1943 sposa Giulietta Masina, conosciuta alla radio, vende disegni umoristici per campare, fino a quando Roberto Rossellini lo chiama per collaborare a Roma città aperta. Il regista più importante del neorealismo instaura con il giovane Fellini un rapporto fruttuoso, lo vuole accanto anche per Paisà, L’amore (scrive l’episodio Il miracolo) e Francesco giullare di Dio. Fellini scrive sceneggiature anche per altri registi, ma è solo nel 1950 che dirige il primo film in collaborazione con Alberto Lattuada. Si tratta di Luci del varietà, racconto di illusioni e delusioni di un capocomico di una piccola compagnia di avanspettacolo. Il primo film di Fellini con autonoma responsabilità di regia è Lo sceicco bianco (1952), interpretato da un giovanissimo Alberto Sordi che caratterizza un meschino divo dei fotoromanzi. I vitelloni (1953), affresco generazionale su un gruppo di giovani che vivono in provincia, è il suo primo grande successo. Un altro lavoro importante è La strada (1954), favola commovente interpretata da Giulietta Masina. I protagonisti sono tre attori girovaghi come Gelsomina (il sentimento e l’ingenua dolcezza), Zampanò (la forza bruta, la violenza, la bestialità) e Il Matto (la follia che diventa saggezza). Anthony Quinn presta il suo volto truce per la caratterizzazione del forzuto Zampanò, Nino Rota compone una strabiliante colonna sonora, Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano collaborano alla sceneggiatura. Fellini realizza un’opera poetica che vince l’Oscar come miglior film straniero e il Leone d’Argento a Venezia. Il bidone (1955) racconta le imprese di un gruppo di truffatori, ma è un vero flop. Amore in città (1953) è un film sperimentale a episodi, scritto da Cesare Zavattini, nel quale Fellini si segnala per il surreale Agenzia matrimoniale. Le notti di Cabiria (1957) rilancia il regista romagnolo. E’ la storia di una prostituta ingenua e dal cuore d’oro (Giulietta Masina) che pensa di poter cambiare vita sposando uno sconosciuto. Vince l’Oscar per il miglior film straniero e la Palma d’Oro a Cannes, anche per le mirabili interpretazioni di Giulietta Masina e Amedeo Nazzari. Fellini costruisce un film ironico e tragico ambientato nelle borgate romane, aiutato da Brunello Rondi e Pier Paolo Pasolini per i dialoghi. Il vero boom è però dato da La dolce vita (1960) che racconta le gesta del giornalista Marcello (Mastroianni) narratore della mondanità di via Veneto. Gli sceneggiatori Tullio Pinelli, Brunello Rondi, Ennio Flaiano e Federico Fellini descrivono incontri erotici, orge e folli avventure. Il film è un viaggio nella notte romana, all’interno di una società corrotta dove crollano miti, valori e convenzioni. La dolce vita è una pietra miliare della carriera di Fellini ma anche della storia del cinema, perché rompe con un vecchio modo di fare cinema. La dolce vita è un film epocale anche perché resta come frase popolare del gergo quotidiano insieme a “vitelloni”, “paparazzi” e “bidone”. Otto e mezzo (1963) vede Mastroianni nei panni di Guido, regista in crisi di ispirazione, ancora una volta alter ego di Fellini. La stupenda colonna sonora di Nino Rota resta nella storia del cinema. Otto e mezzo è un capolavoro che vince due Oscar. Giulietta degli spiriti (1965) è il primo film a colori di Fellini. Una signora borghese, tradita dal marito, va in crisi, anche per colpa di un’educazione cattolica che la condiziona e le fa vivere visioni angosciose. La soluzione finale sarà la solitudine. Satyricon (1969) si ispira all’opera di Petronio Arbitro. Il regista filma un delirio onirico di amore e morte nella Roma imperiale. I clowns (1970) è un incrocio tra cinema e documentario. Roma (1972) è la scoperta della città eterna con gli occhi del provinciale, un documentario autobiografico, visionario, lirico e nostalgico. Amarcord (1974) è un’autobiografia lirica, il film più poetico di Fellini. Fellini scrive Amarcord insieme a Tonino Guerra, ripensa alle proprie origini e mette in scena i ricordi della Romagna al tempo del fascismo in una struggente saga da strapaese. Le musiche sono ancora di Rota e contribuiscono a dare valore a una pellicola che guadagna l’Oscar come Miglior film straniero. Il Casanova di Federico Fellini (1976) esprime sin dal titolo che non si tratta della solita storia su Casanova, ma una rilettura in chiave onirica e fantastica tipica del regista. Prova d’orchestra (1979) è il ritratto graffiante di un’Italia sospesa tra vecchio e nuovo, punta il dito contro il sindacalismo e la difesa dei particolarismi. Ginger e Fred (1983) è un attacco allo strapotere televisivo. Intervista (1987) è un lavoro autocelebrativo con Fellini intervistato a Cinecittà che ricorda un modo di fare cinema finito per sempre. Colpito da ictus è costretto ad una parziale immobilità. Durante la terapia un nuovo attacco lo stronca. Muore a Roma il 31 ottobre 1993.

1994. Deborah Kerr (30/9/1921 – 16/10/2007). Scozzese e figlia d’arte (i suoi genitori erano attori), iniziò nel cinema con Contrabbando (1940): le scene in cui comparve furono tuttavia tagliate nel montaggio finale. Dopo Intermezzo matrimoniale (1945) e Narciso Nero (1947), di produzione britannica, entrò nell’olimpo del cinema hollywoodiano grazie a Edoardo mio figlio (1948) di George Cukor.  Interpretò inizialmente ruoli di donna di classe, in film famosi come Le miniere di re Salomone (1950), Quo vadis? (1951) e Giulio Cesare (1953). Sempre nel 1953 ebbe il ruolo di protagonista accanto a Burt Lancaster in Da qui all’eternità (1953), di Fred Zinnemann, vincitore di 8 Premi Oscar. L’interpretazione della Kerr è ricordata anche per una delle più lunghe e sensuali sequenze d’amore della storia del cinema, quella girata sulla spiaggia con Burt Lancaster. Dopo aver sospeso l’attività cinematografica per due anni, a seguito di una gravidanza, l’attrice tornò sul grande schermo con il musical Il re ed io (1956) e nella commedia Tè e simpatia (1956) di Vincente Minnelli. Negli anni successivi ottenne nuovi e prestigiosi successi: L’anima e la carne (1957), Un amore splendido (1957), Buongiorno tristezza! (1958), Tavole separate (1958), Adorabile infedele (1959). Tornò a lavorare con Robert Mitchum e Cary Grant nella sofisticata commedia L’erba del vicino è sempre più verde (1960) di Stanley Donen. John Huston la scritturò per La notte dell’iguana (1964), accanto a Richard Burton e Ava Gardner. Lasciò poi il cinema per 15 anni, tornando sul grande schermo con Il giardino indiano (1985). E’ morta a 86 anni, in conseguenza del morbo di Parkinson.

1995. Michelangelo Antonioni Nasce a Ferrara il 29 settembre 1912. Nel 1940 decide di trasferirsi a Roma per avvicinarsi al mondo del cinema. Entra nella redazione della rivista Cinema, si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia e collabora alla stesura di Un pilota ritorna (Roberto Rossellini, 1942). Dopo la guerra gira il suo primo documentario, Gente del Po (1947), e continua la sua attività di sceneggiatore. Ha 38 anni quando porta a termine il primo film (Cronaca di un amore, 1950), con Lucia Bosé e Massimo Girotti, ritratto dell’alta borghesia milanese che viene accolto con favore dalla critica e dal pubblico. Successivamente, quando presenta ai produttori i suoi progetti, è già considerato un regista difficile, di incerto esito al botteghino. Negli anni ’50 deve superare ogni genere di difficoltà e ripetuti problemi con la censura. In questo clima dirige I vinti (1952), Il grido (1957) e L’avventura (1960), con cui vince il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes. Il film, il primo che gira con Monica Vitti alla quale rimarrà sentimentalmente legato per molti anni, è accolto in Francia con grande entusiasmo e gli consente di realizzare La notte (1961) e L’eclisse (1962), con cui si impone definitivamente a livello internazionale. Ribattezzato come il regista dell’alienazione e dell’incomunicabilità, nel 1964 abbandona il bianco e nero e passa al colore con Deserto rosso. Successivamente, valica i confini nazionali per girare in Inghilterra, nella swinging London dei capelloni e delle prime minigonne, Blow-up, 1966. Poi si trasferisce negli Stati Uniti dietro le tracce della contestazione giovanile (Zabriskie Point, 1970)mentre in Cina lo mettono al bando per Chung Kuo, Cina (1972), un documentario sulla Cina popolare. La sequenza finale di Professione: reporter (1974) la riprende tenendo ferma una specialissima macchina da presa per ben sette minuti. E’ lui a realizzare il primo esperimento di cinema elettronico in Italia (Il mistero di Oberwald, 1979), eppure dopo Identificazione di una donna (1982), i suoi progetti incontrano molte difficoltà. Nel frattempo nutre altri interessi: scrive e dipinge. Nel 1985, quando finalmente sta per tornare sul set, la malattia lo sorprende e lo costringe ad una forzata inattività. Con l’aiuto e l’amore della moglie Enrica Fico riesce a lavorare ancora. Insieme a lei incontra Wim Wenders, con cui realizza Al di la delle nuvole (1995). Dopo aver compiuto ottanta anni ha girato uno dei tre episodi che compongono il film Eros. Muore a Roma il 30 luglio del 2007.

1996. Kirk Douglas nasce il 9 dicembre del 1916 con il nome di Issur Danielovitch Demsky. Figlio di un venditore di stracci ebreo, fa buoni studi (Accademia di arte drammatica) debuttando a Broadway nel 1941. Si trasferisce poi a Hollywood dove vive la canonica trafila prima di ottenere una parte importante in Lo strano amore di Martha Ivers. Nei film è spesso l’ambizioso che si audistruggerà (Il campione, Le vie della città, Le catene della colpa). Biondo, lineamenti classici, fisico da atleta vero, esuberante, estroverso, ha una presenza straordinaria e un’espressione quasi travolgente. La grande occasione gliela dà Billy Wilder nel ’51 affidandogli il ruolo di Tatum, giornalista senza scrupoli ne L’asso della manica. E’ ormai una delle figure più rilevanti di Hollywood. Un altro grande cinico è il produttore impersonato ne Il bruto e la bella di Minnelli. E’ la volta del gran maestro Kubrick a dargli una grande chance nella parte dell’avvocato militare nel declamato Orizzonti di gloria. E’ anche un ottimo westerner: eccolo Doc Hollyday in Sfida all’ O.K. Corral. Di Spartacus, oltre che protagonista è anche produttore, esercizio improbo, dovendosi confrontare con lo stesso Kubrick, personaggio certo non facile. Successivamente Douglas alterna scelte buone e mano buone: western discreti, iniziative impegnative (Il compromesso di Kazan). E non si risparmia in attività sociali e politiche, impegnandsi come “ambasciatore” americano in certi paesi del terzo mondo. Negli anni novanta è diventato anche scrittore.

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