Una gran voglia di vivere

Il nostro parere

Una gran voglia di vivere (2023) ITA di Michela Andreozzi


Marco e Anna, una coppia milanese di mezza età con la crisi che bussa alla porta, decidono di intraprendere un viaggio in Norvegia. Tra fiordi maestosi e incontri inaspettati (orca compresa!), cercano di rimettere insieme i pezzi della loro relazione e di riscoprire quel “brio” che la routine aveva inghiottito. Sarà un percorso di riscoperta, tra bagni gelidi e confronti un po’ forzati, per capire se il loro amore ha ancora un futuro o se è ora di dare un taglio netto.


Fabio Volo ci regala l’ennesima riproposizione del suo armamentario narrativo, ma stavolta lo fa scortato da Vittoria Puccini e diretto da Michela Andreozzi. Il risultato? Un film che fa il suo dovere, quello di essere innocuo, ma senza lasciare il segno, come un’acqua fresca ma senza bollicine. Arriva dritto su Prime Video, quindi se proprio non avete altro da guardare e vi sentite particolarmente mansueti, potreste dargli una chance.

La pellicola si concentra sui soliti drammi borghesi, quelli che in una Milano un po’ annoiata vengono spacciati per cataclismi esistenziali. Le dinamiche di coppia, le incomprensioni, i piccoli litigi che poi chissà come si risolvono, vengono serviti in salsa sentimentale, ma senza mai scavare a fondo. È tutto un po’ superficiale, come uno specchio che riflette l’immagine senza mostrare l’anima. Le crisi di mezza età e i problemi relazionali, per quanto universali, qui vengono riproposti con una patina di stanchezza che rende difficile empatizzare. È come guardare una recita scolastica: sai già come va a finire, e la sorpresa non è di casa.

La storia di rottura e riscoperta è talmente prevedibile da far sospirare. La regista, Michela Andreozzi, pur con mestiere, non riesce a infondere quel guizzo di originalità che avrebbe potuto salvare il tutto. Le inquadrature sono standard, la profondità latita sia a livello visivo che concettuale. I personaggi sono figurine, stereotipi ambulanti che incarnano le paure e le idiosincrasie della generazione che ha prolungato l’adolescenza all’infinito. Il marito razionale e la moglie più istintiva si scontrano in una danza già vista, funzionale solo a ribadire l’importanza del focolare domestico, con una strizzata d’occhio alla tradizione.

Il viaggio in Norvegia, che dovrebbe essere il fulcro della rinascita, si trasforma in un tour tra cliché e gag un po’ fiacche. La cultura scandinava viene ridotta a una specie di parco giochi vichingo, e gli incontri con personaggi “diversi” servono solo a elargire pillole di saggezza decontestualizzata. Persino un orso, in un tripudio disneyano, diventa un veicolo per l’evoluzione del protagonista. Insomma, tutto è studiato per far sì che alla fine, dopo mille peripezie, si torni al punto di partenza, con la rassicurante sensazione che “cambia tutto perché nulla cambi”. Un mantra della commedia italiana che non smette mai di stupire (o forse, di non stupire affatto). La felicità, secondo i protagonisti, non è una meta, ma una ricerca, e in questo film la si cerca con una determinazione un po’ pigra, senza mai davvero scuotere le fondamenta.

 

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