Triangle of sadness

Il nostro parere

Triangle of sadness (2022) SVE di Ruben Ostlund


Un ragazzo e una ragazza, Carl e Yaya, entrambi modelli, si ritrovano a fare i conti con le dinamiche di potere e i ruoli di genere in una relazione che sembra più una transazione. La loro avventura li porta su uno yacht di lusso, popolato da eccentrici super-ricchi. Quando il destino decide di fare un brutto scherzo e la nave affonda, i pochi sopravvissuti si ritrovano su un’isola deserta, dove le gerarchie sociali si ribaltano in maniera inaspettata, e chi prima era l’ultimo, ora potrebbe comandare.


Ah, “Triangle of Sadness”! Quel film che ha fatto discutere più di una cena di famiglia a Natale, e non per il panettone. C’è chi lo ha osannato come la satira definitiva sui ricconi del cavolo e chi lo ha trovato un po’ troppo didascalico, come un professore che sottolinea le cose con il pennarello fosforescente. Ma, diciamocelo, se i bersagli sono così facili, forse se lo meritano uno sbeffeggiamento in grande stile.

Östlund, il genietto dietro “Force Majeure” e “The Square”, ci porta in una crociera ricca di peripezie. E mentre si naviga tra gag esilaranti e ribaltamenti di trama, si capisce perché le opinioni siano così divise. Ci sono dialoghi che sono vere e proprie frecciate avvelenate e colpi di scena che ti fanno sobbalzare sulla poltrona. Eppure, specialmente verso la fine, il tutto rischia di diventare un po’ ripetitivo, quasi che la critica alla superficialità diventi essa stessa un po’ superficiale.

Il viaggio si articola in tre atti, e il primo, un gioiellino a sé stante, è forse il più gustoso. Ci presenta Carl e Yaya, due modelli alle prese con il conto di una cena di lusso. Lui, che sperava in un gesto cavalleresco (o almeno equo) da parte di lei, si ritrova con l’amara sorpresa di un conto ancora intonso. La discussione, un vero balletto di parole, tocca le corde dei ruoli di genere e delle relazioni “usa e getta”. Un prologo che fa ben sperare, lasciando presagire un’analisi acuta e originale su questi temi.

Peccato che, dopo questa promessa, il film prenda una deviazione. Östlund, un po’ come un bambino che si distrae con un nuovo giocattolo, si allontana da quella pista per esplorare idee simili ma senza la stessa coesione, senza quel filo rosso che legherebbe tutto in maniera impeccabile. La seconda parte si sposta su uno yacht da urlo, dove Carl e Yaya sono stati invitati per fare un po’ di “pubblicità sociale”. Immaginate Yaya che si fotografa con la pasta in bocca, ma senza mai inghiottire un grammo! Qui, il regista gioca a fare il “Upstairs, Downstairs” moderno, presentandoci una parata di ricconi così fuori dal mondo da aver perso ogni contatto con la realtà comune. La loro fortuna? Spesso proviene da attività non proprio nobili, come quella coppietta adorabile che si è arricchita con le granate, o il tizio che con orgoglio sbandiera di aver fatto soldi con la “merda” – sì, è un magnate dei fertilizzanti. La nave stessa è una metafora sociale: i ricchi si crogiolano al sole sul ponte superiore, il personale bianco si agita a metà nave sognando mance da capogiro, e in fondo, nella stiva, la maggior parte del personale, spesso non bianco, si affanna nell’ombra.

<p>L’intento di Östlund si traduce in una serie di scambi al vetriolo. Una vecchia signora, con la fissa della pulizia, insiste che le vele dello yacht (che non ne ha!) vengano lucidate. Carl, il modello, ingelosito da un operaio muscoloso che attira lo sguardo di Yaya, riesce a farlo licenziare con una manovra poco etica. Un genio del software, inizialmente timido, si illumina come un albero di Natale quando due belle donne gli chiedono una foto. E, in una scelta decisamente scomoda, una signora anziana, colpita da ictus, riesce a ripetere solo “In Den Wolken” (“Tra le nuvole”), una metafora evidente di dove Östlund immagina vivano questi personaggi: lontani dalla dura realtà.

Certo, è tutto un po’ scontato, ma il terreno è fertile per una bella scossa alle aspettative sociali. Questi personaggi sono lì, pronti per essere fatti cadere dai loro piedistalli. E il momento clou arriva con la cena del capitano: una sequenza ridicola e al contempo affascinante, che si svolge in una notte di tempesta. Mentre Woody Harrelson, il capitano disilluso, si gusta un hamburger al posto delle prelibatezze dello chef, la telecamera di Östlund si inclina e si ribalta con le onde, facendoti sentire la nausea quasi quanto i personaggi sullo schermo. La serata degenera in un caos di fluidi corporei, distruggendo ogni struttura sociale e preparando il terreno per l’atto finale, dove i ruoli si invertono e una delle addette alle pulizie della nave, la memorabile Dolly De Leon, si ritrova in una posizione di potere inaspettato.

È difficile liberarsi dalla sensazione che Östlund pensi di dire chissà cosa, più di quanto effettivamente faccia – e forse è proprio questa “pretenziosità” a scatenare l’odio di molti. Però, nonostante ciò, il film resta un’intrattenimento da non sottovalutare. Östlund sta sparando al piccione in volo, ma i piccioni se lo meritavano, e lui li cucina a puntino, con tanto di ricci di mare e emulsione di calamari. Magari il viaggio non avrà mantenuto le promesse del prologo – Carl e Yaya, nonostante la performance accattivante di Dean, finiscono per diventare quasi comparse, con Östlund più interessato ai temi che alle persone – ma, onestamente, non ci si pente di aver imbarcato.

 

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