Itaca – Il ritorno

Il nostro parere

Itaca – Il ritorno (2024) UK di Uberto Pasolini


Ulisse giunge finalmente ad Itaca dopo un lungo e travagliato viaggio. Qui, la sua casa è invasa da proci arroganti, intenti a usurpare il suo trono e la sua sposa, Penelope. Travestito e irriconoscibile, si prepara a un sanguinoso regolamento di conti che ristabilirà l’ordine e suggellerà il legame indissolubile con la sua famiglia.


La trasposizione cinematografica degli ultimi canti dell’Odissea, “Itaca – Il Ritorno”, si presenta con un’ambizione notevole: condensare la potenza epica di Omero in un lungometraggio autonomo. L’idea, sulla carta, appare affascinante, ma l’esecuzione rivela alcune criticità. Il film opta per un approccio marcatamente realistico, privilegiando primi piani che richiamano la fotografia televisiva contemporanea. Questa scelta stilistica, unita all’intento di infondere una psicodramma moderna in un contesto mitologico, crea una discordanza fondamentale con il materiale di partenza. Se, infatti, la presenza di Ciclopi o Sirene nell’originale rende plausibile il mancato riconoscimento di Ulisse da parte di Penelope, la rimozione degli elementi fantastici nel film rende tale premessa meno convincente in un’ottica di realismo puro. Il tentativo di rivisitare l’opera di Omero, pur avendo avuto successo in altre produzioni, non raggiunge qui la piena riuscita, nonostante un cast di indubbio talento.

Fin dalle prime sequenze, una malinconia esistenziale pervade la pellicola, senza mai attenuarsi. Il trio centrale, composto da Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse, Juliette Binoche in quello di Penelope e Charlie Plummer come Telemaco, offre interpretazioni intense e misurate. I personaggi sono ritratti come individui profondamente segnati da guerra, privazioni e sofferenze, con le cicatrici di Ulisse prevalentemente fisiche, mentre quelle di moglie e figlio sono più interiori. Le prime apparizioni dei personaggi sottolineano questo stato d’animo: Telemaco osserva l’oceano con sguardo perso, Penelope tesse incessantemente con un fine dilatorio, e Ulisse giace nudo e stremato sulla riva dopo il naufragio.

Juliette Binoche, nel ricongiungersi con Fiennes dopo “Il paziente inglese”, conferisce a Penelope una presenza regale che resiste a decenni di confinamento. La sua capacità di proiettare un’aura antica, non riconducibile al nostro millennio, è particolarmente efficace. Alcuni dei momenti più riusciti del film sono proprio le sue reazioni silenziose, mentre Penelope riflette su una soluzione ai problemi o osserva il disprezzo dei pretendenti per la sua dimora. È lecito chiedersi se la sua interpretazione non superi la profondità della scrittura del personaggio, specialmente riguardo la sua astuta gestione dei proci, che avrebbe beneficiato di maggiori dettagli e di una chiara accettazione della natura “non moderna” dei personaggi omerici.

Ralph Fiennes, asciutto e imponente, incarna l’immagine dell’eroe d’azione maturo ma ancora formidabile. Le sequenze di combattimento, seppur minime, sono coreografate con un realismo crudo, evitando qualsiasi spettacolarizzazione sovrannaturale. Fiennes, noto per la sua maestria nel dare sfumature a dialoghi complessi, qui interpreta un ruolo più silenzioso e contemplativo. Se inizialmente questo contrasto con le sue performance usuali è intrigante, col tempo si avverte una certa ripetitività negli sguardi e nelle pose meditative, che non aggiungono una reale profondità al personaggio, ma piuttosto ribadiscono un concetto già espresso. La rimozione degli elementi magici e soprannaturali dal poema, come i dialoghi con le dee o i fantasmi dei caduti, depriva Ulisse di una parte significativa della sua complessità. Diventa così un semplice veterano che torna a casa per liberarsi di intrusi e ricongiungersi con la sua famiglia.

Il finale, pur essendo brutalmente efficace, manca della complessità emotiva e delle sfumature che si percepiscono nella lettura dell’opera originale o in altre trasposizioni cinematografiche che non hanno perseguito un’idea di “realismo” così stringente. Nel poema, la vendetta di Ulisse è più articolata, includendo ad esempio la punizione delle ancelle infedeli, un aspetto assente in questa versione.

“Itaca – Il Ritorno” si configura come un tentativo onorevole ma forse mal concepito. La sua serietà quasi implacabile, seppur valorizzata dalla solida performance di Fiennes, che riesce a trasmettere una notevole tensione interiore, non riesce a generare un coinvolgimento costante. La minaccia rappresentata dai pretendenti, la rivelazione dell’identità di Ulisse e il mistero della tela di Penelope sono elementi classici che mantengono una loro intrinseca efficacia drammatica. Il finale, in particolare, si distingue come un esempio eloquente della forza tragica greca, impressionando non solo per l’azione decisiva ma anche per le profonde risonanze emotive. Pur con le sue riserve, il film dimostra che un epilogo ben costruito può elevare significativamente l’intera opera.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *