The bricklayer

Il nostro parere

The bricklayer (2023) USA di Renny Harlin


In un’epoca di ex-super-agenti in pensione, ritroviamo Steve Vail, l’agente della CIA più geniale e ribelle, ora meticoloso muratore. Quando un suo ex-compagno, Radek, comincia ad assassinare giornalisti stranieri per far ricadere la colpa sull’Agenzia, Vail è costretto a tornare in campo. Per tenerlo a bada, gli viene affiancata la giovane e ligia agente Kate. Insieme, l’improbabile coppia dovrà districare un intrigo internazionale e riabilitare il buon nome della CIA, affrontando nel contempo i fantasmi del passato di Vail.



Era dai tempi d’oro dell’action che non si vedeva un’operazione così palesemente derivativa, eppure è innegabile: dopo il successo di Neeson, Reeves e Washington nel ruolo dell’elder action star, anche Aaron Eckhart tenta la sua sortita in un genere che, in effetti, ha sempre fatto da rifugio ai talenti in cerca di un rilancio muscolare. La premessa di The Bricklayer è, nel suo involontario trash-appeal, potenzialmente divertente: un ex-super agente che preferisce la cazzuola ai protocolli. Peccato che l’esecuzione, a firma del redivivo Renny Harlin – un tempo signore dei botteghini con Die Hard 2 e Cliffhanger, oggi onesto artigiano del B-movie – non riesca ad elevare il materiale oltre la sua natura di prodotto di scarto.

Tecnicamente, il film è un passo indietro che farà storcere il naso al vero appassionato. L’azione, anziché sfruttare la maestria coreografica di un John Wick (il parametro aureo del gun-fu contemporaneo) o la chiarezza spaziale dei migliori stunt-movie, è girata in una confusione visiva che tradisce l’assenza di vera inventiva. Le scene di combattimento, infatti, sono eccessivamente e caoticamente frammentate in un montaggio ipercinetico, un espediente tipico per mascherare l’imprecisione degli stunt o la mancanza di punch dinamico. La macchina da presa sembra danzare in modo svogliato attorno ai personaggi, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver assistito a una sequenza concitata più che a un combattimento leggibile. In termini di Mise en Scène, la pulizia geometrica è un miraggio.

Il cast, pur annoverando attori di discreto calibro, è imbrigliato in uno script risaputo e pigro. Eckhart, pur sforzandosi, consegna un Vail mono-espressivo che non va oltre la tipologia dell’”uomo burbero ma dal cuore d’oro”. E se Clifton Collins Jr. è l’unico che infonde un minimo di pathos (nonostante l’infausto cappellino), il vero scivolone è il personaggio di Nina Dobrev. Il suo agente Kate è una macchietta, la classica spalla inesperta il cui unico scopo è farsi salvare e porre domande per l’esposizione narrativa. Questo cliché, nel 2024, risulta francamente imbarazzante, un arretramento narrativo che appiattisce ogni pretesa di parità di genere sullo schermo.

The Bricklayer è un’operazione di genere di serie B che non trova il coraggio di abbracciare la sua anima più camp (come il budget basso avrebbe forse imposto, regalandoci perlomeno del sano divertimento trash). Si trascina per una durata eccessiva, infarcita di flashback didascalici che spiegano ciò che il cinefilo ha intuito nei primi dieci minuti. Harlin fallisce nel replicare la tensione e l’inventiva dei suoi fasti, offrendo un prodotto che si accontenta di esistere grazie ai vuoti di programmazione. Per i die-hard del genere che hanno bisogno della loro dose settimanale di action-thriller a basso quoziente intellettivo, può essere un riempitivo tollerabile. Tutti gli altri meritano di meglio.

 

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