Mickey 17
Mickey 17 (2025) USA di Bong Joon-ho
Su Niflheim, un pianeta ghiacciato colonizzato, l’umile e sfortunato Mickey Barnes serve come “Sacrificabile”, un lavoratore usa e getta che accetta di morire ripetutamente. Ogni decesso è seguito dalla rigenerazione di un clone con i ricordi intatti, il cui scopo è affrontare i pericoli più letali per i coloni, guidati dal megalomane Kenneth Marshall. La diciassettesima incarnazione di Mickey viene data per dispersa in una missione ad alto rischio, portando alla creazione di Mickey 18. Il ritorno inaspettato di Mickey 17 crea un paradosso ontologico, una violazione della regola contro i “multipli”, costringendo le due versioni a un’impossibile coesistenza clandestina.
Il ritorno di Bong Joon Ho all’ambizioso cinema in lingua inglese, dopo il trionfo planetario di Parasite, si concretizza in un’opera di fantascienza distopica che è al tempo stesso visivamente sontuosa e narrativamente irrisolta. Adattando Mickey7 di Edward Ashton, il regista sudcoreano riprende e amplifica i suoi temi prediletti, già esplorati in Snowpiercer e Okja: le disuguaglianze economiche spaventose, lo sfruttamento di classe e la critica sferzante all’autoritarismo e alla purezza genetica.
L’impatto iniziale è folgorante. La sequenza del montaggio delle morti di Mickey – grotesque e al contempo banali – è puro Bong, un distillato di umorismo nero e ritmo serrato che stabilisce immediatamente il tono della satira. Tecnicamente, il film è una delizia per l’occhio del cinefilo esigente. La fotografia di Darius Khondji (già maestro nell’evocare atmosfere cupe) avvolge Niflheim in un cupo industrial-gloom, supportato dall’imponente production design di Fiona Crombie. Gli effetti speciali che permettono a Pattinson di interagire in una miriade di scenari massimalisti con i suoi duplicati sono a riprova di un controllo tecnico ineccepibile. Tuttavia, è proprio la sua ricchezza tematica a diventare il tallone d’Achille di Mickey 17. Bong calca la mano sulla critica, trasformando il personaggio di Marshall in una caricatura sfacciatamente trumpeggiante, un tiranno buffo ma superficiale che, pur regalando qualche risata, appesantisce il sottotesto con un simbolismo talvolta eccessivo e didascalico.
Robert Pattinson, nel doppio (anzi, diciassettesimo e diciottesimo) ruolo, offre una performance camaleontica, gestendo con acume le sfumature di personalità tra il mite e il più aggressivo clone. È l’unico a mantenere la barra dritta quando la narrazione, soprattutto dopo l’arrivo di Mickey 18, comincia a disperdersi in sottotrame (il colpo di stato, gli “striscianti” indigeni) che si trascinano senza la necessaria profondità.
Il vero nodo critico è che, nonostante la grande quantità di spunti etici e filosofici sul concetto di identità e duplicazione, il film manca di mordente emotivo e tensione drammatica. Laddove Parasite era un capolavoro di modulazione tonale e chirurgica tensione, Mickey 17 si presenta come un flusso narrativo che accumula troppi elementi – si ha la sensazione che dieci o dodici concetti richiedano attenzione – senza concedere il tempo necessario per una vera stratificazione emotiva.
L’atto finale, in particolare, è eccessivamente verboso e perde l’incisività del promettente inizio, con una risoluzione che, sebbene non priva di colpi di scena, si conclude in un tono che, per il cinema corrosivo di Bong, risulta prevedibile e meno incisivo di quanto il soggetto meritasse.
