Una figlia
Una figlia (2025) ITA di Ivano De Matteo
Pietro è un padre vedovo, imprigionato in un rapporto simbiotico e disfunzionale con la figlia adolescente Sofia, ancora bloccata dal lutto materno. L’arrivo di Chiara, la nuova compagna di Pietro, destabilizza il precario equilibrio, scatenando la furia repressa di Sofia che, in un accesso di rabbia cieca, la accoltella a morte. Il film si concentra poi sul “dopo”: lo strazio del padre, incapace di perdonare pur restando genitore, e il traumatico percorso di detenzione di Sofia in un istituto minorile, dove la ragazza inizia, suo malgrado, un sofferto e inatteso cammino di autoconsapevolezza.
Ivano De Matteo prosegue la sua filmografia a forte impronta sociale, spesso concentrata sulle dinamiche familiari al collasso (Mia, I Nostri Ragazzi), e lo fa qui con uno stile nervoso e volutamente abrasive che mira al disagio dello spettatore esperto. Abbandonato parzialmente il melodramma più epidermico, l’autore opta per un registro che definirei “neo-verista borghese”, analizzando con freddezza quasi documentaristica l’implosione di una famiglia del ceto medio-alto romano.
Tecnicamente, il film è un’opera di contrasti. De Matteo usa la pellicola, scelta non banale in un panorama digitale, per restituire una grana visiva che conferisce matericità e un senso di atemporalità alla tragedia, ma è nel montaggio che si manifesta l’intenzione autoriale: non cerca accelerazioni forzate, ma segue il ritmo interno, disorientato e “urlato” dei protagonisti, in una strategia che a tratti sfiora l’artificiosità (i carrelli all’indietro, i close-up esasperati su oggetti-simbolo come il coltello).
L’opera brilla, sorprendentemente, nelle sequenze ambientate nel carcere minorile. Qui lo sguardo di De Matteo si fa meno artefatto e più vivido, quasi neorealista, estraendo il meglio dalla cronaca della reclusione. La reclusione di Sofia è un processo di decostruzione del suo status privilegiato, un battesimo forzato nel “proletariato criminale” che la costringe a una crescita brutale e necessaria.
Sul fronte interpretativo, Ginevra Francesconi è una rivelazione e tiene il confronto con la regia aggressiva, veicolando la fragilità irrisolta e la successiva, inattesa, redenzione. L’altra faccia della medaglia è la prova di Stefano Accorsi, che, pur calandosi nel ruolo di un padre catatonico e “imprigionato” nel dolore, risulta a tratti troppo trattenuto, quasi monocorde, limitando l’ampiezza emotiva del dramma paterno.
Una figlia è un film di tesi: un genitore resta tale “qualunque cosa accada”. De Matteo, da padre prima che da regista, entra con cautela nel buco nero del carnefice, rifiutando il giudizio facile e concentrandosi sulle conseguenze. Sebbene non privo di qualche scarto stilistico che lo rende a tratti più cerebrale che viscerale, è un’opera coraggiosa e necessaria per la sua capacità di porre interrogativi universali sul perdono e i confini dell’amore incondizionato, specialmente nell’intrigante dialettica tra ceto sociale e risposta alla tragedia.
