The alto Knights – I due volti del crimine
The alto Knights – I due volti del crimine (2025) USA di Barry Levinson
Siamo nel 1957. Frank Costello, “il Capo Silenzioso” della famiglia Luciano, sopravvive miracolosamente a un agguato orchestrato dal suo vecchio amico e ora feroce rivale, Vito Genovese. Attraverso una narrazione in voice-over di Costello, che utilizza la cornice di un’intervista con tanto di proiezioni di diapositive in bianco e nero, ripercorriamo la sua ascesa da contrabbandiere a manovratore politico, un percorso costellato dalla presenza di Genovese, esiliato e poi tornato con sete di vendetta e metodi brutali (come il traffico di droga). La tensione tra i due ex-alleati, con stili di leadership radicalmente opposti – la discrezione di Costello contro l’irruenza di Genovese – culmina in un inevitabile scontro per il controllo di New York.
si presenta con l’allettante premessa di vedere un monumento come De Niro affrontare una doppia parte, rievocando gli anni d’oro del gangster movie. Tuttavia, a dispetto delle aspettative, il film di Levinson – cineasta ormai più artigiano che maestro dopo l’epoca di e – appare come un esercizio poco originale, un’operazione che suona più come un “omaggio” sbiadito al genere che come una rivisitazione sentita.
Tecnicamente, l’apertura promette bene: l’inquadratura angolata sul riflesso di Costello in un doppio specchio, poco prima che un proiettile lo incrini, è un eloquente cenno visivo alla dualità che dovrebbe essere il cuore tematico della pellicola. Purtroppo, questo lampo di acume registico si disperde in una messa in scena che, per quanto meticolosa nella ricostruzione d’epoca (costumi, auto, interni sono resplendenti), resta piatta e priva di spirito. Levinson si limita a una ricreazione diligente, mancando di infondere all’epoca un significato culturale o visivo profondo. La presenza della TV (con citazioni a o ) resta un mero accenno, senza che il regista si interroghi sul significato della sua evoluzione mediatica per i gangster in declino.
La sceneggiatura, firmata da Nicholas Pileggi (autore di ), si concentra troppo sul chiacchiericcio interpersonale tra due vecchi boss. Invece di farne un affresco epico, radicato in un contesto storico americano (come l’immigrazione italiana o la formazione di Las Vegas), il dramma si riduce alla faida personale, rendendo il film “troncato e inutilmente allungato” allo stesso tempo. Il flashback didascalico tramite le diapositive, quasi documentaristico, spezza il ritmo e soffoca l’immersione narrativa.
E veniamo a De Niro. Interpretare due ruoli così distinti – la fredda business cool di Costello (un ritorno all’Ace Rothstein di ) e la volatilità di Genovese (che avrebbe richiesto la foga di un Joe Pesci) – si rivela uno sforzo eccessivo. Mentre Costello è reso con abilità, il Genovese di De Niro manca di una progressione convincente, monocorde nel raggiungere la furia anche quando la scena richiederebbe maggiore sottigliezza, senza riuscire a costruire un foil rivelatorio.
In definitiva, non è un brutto film; presenta alcuni momenti di intensità (le scene al Senato, l’incontro di Apalachin) e un period detail impeccabile, con una colonna sonora dinamica. Tuttavia, come gangster movie, non offre spunti nuovi o prospettive fresche su un genere che, in un certo senso, sembra ormai troppo saccheggiato fino al punto di fare il verso ai Soprano.
