Playdate

Il nostro parere

Playdate (2025) USA di Luke Greenfield


Brian Jennings, un neodisoccupato costretto a rivestire i panni del padre casalingo, fatica a trovare un punto d’incontro con il figliastro Lucas. La sua ordinaria giornata al parco prende una piega inaspettata quando incontra l’iper-mascolino Jeff Eamon e suo figlio CJ. Ciò che inizia come un tentativo di playdate per i ragazzi si trasforma rapidamente in un caotico e violento scontro con il passato oscuro di Jeff, trascinando l’incolpevole Brian in una torbida vicenda di spie e azione che mette a repentaglio la sua famiglia.


Il più grande equivoco di “Playdate” non sono i suoi attori, ma il suo tono e la sua sceneggiatura. Il regista Luke Greenfield (già dietro la macchina da presa per il discreto The Girl Next Door) tenta di orchestrare un ibrido sbilenco tra la slapstick comedy tipica di Kevin James e l’azione à la Jack Reacher incarnata da Alan Ritchson, ma il risultato è un oggetto filmico aggressivamente amorfo che non soddisfa né i fan del genere demenziale né quelli dell’azione pura.

Il film tradisce subito la sua natura di “progetto scartato” risalente forse agli anni ’90, con un umorismo datato e una serie di riferimenti culturali (da Jurassic Park a Thelma & Louise) che suonano anacronistici e forzati. L’impianto narrativo di Neil Goldman non riesce mai a trovare una coerenza strutturale; l’introduzione di Brian come archetipo del padre pasticcione che non sa gestire la prole (un cliché stantio) è subito soverchiata da una trama spy-action inverosimile.

Tecnicamente, la pellicola soffre di una direzione artistica sciatta e di un montaggio che, nel tentativo di dare ritmo alle sequenze d’azione, amplifica il senso di caos e illogicità, culminando in scene di violenza gratuita e fuori luogo per quella che dovrebbe essere una commedia familiare. L’uso di attori di supporto di calibro come Sarah Chalke, Isla Fisher e Alan Tudyk è emblematico dello spreco produttivo: ridotti a semplici macchine da dialogo, non hanno lo spazio necessario per contribuire in modo significativo né alla comicità né allo sviluppo della trama.

L’unico elemento di interesse, per il vero cinefilo, risiede forse nell’impegno di Ritchson, che tenta una parodia dell’eroe d’azione che lo ha reso famoso, lavorando costantemente sul filo del surreale. Tuttavia, nemmeno la sua performance riesce a salvare un film che è fondamentalmente privo di scopo e che, nel suo rifiuto di scegliere un pubblico di riferimento, finisce per non parlare a nessuno.

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