Trust
Trust (2025) USA di Carlson Young
Lauren Lane, ex bambina prodigio e volto della rassicurante sitcom The Johnsons, finisce nell’occhio del ciclone mediatico quando un hacker diffonde scatti privati che ne rivelano la gravidanza. Per sfuggire alla gogna pubblica e al controllo del suo “padre” televisivo (e biologico del nascituro), si rifugia in un isolato Airbnb sulla costa californiana. Qui, tra gestori voyeuristi, criminali improvvisati e un sicario alle calcagna, Lauren finisce intrappolata nel locale caldaia della casa, trasformando il suo esilio in una claustrofobica lotta per la sopravvivenza mentre la stanza inizia pericolosamente ad allagarsi.
Se il cinema è, citando Hitchcock, “la vita con le parti noiose tagliate via”, Carlson Young sembra aver fatto l’esatto opposto con Trust. Il film si presenta come un ibrido perturbante che non riesce mai a decidere quale maschera indossare: è un home invasion? Un thriller psicologico sulla celebrità tossica? O una commedia nera dai toni grotteschi? Questa indecisione tonale disorienta lo spettatore più smaliziato, privandolo di quel pathos necessario per empatizzare con la protagonista.
Dal punto di vista tecnico, la regia della Young alterna una pulizia formale di matrice televisiva a velleità da cinema di genere che però non graffiano. La gestione dello spazio nel locale caldaia — il nostro non-luogo d’azione — manca della tensione geometrica vista in capisaldi del “cinema in una stanza” (penso al Fincher di Panic Room). La fotografia è solida ma priva di un’anima cromatica definita, mentre lo score musicale risulta spesso didascalico, tentando di imporre una tensione che la messa in scena non riesce a generare organicamente.
Sophie Turner si carica il film sulle spalle con una prova d’attrice positiva, cercando di infondere tridimensionalità a una sceneggiatura (firmata da Gigi Levangie) che la costringe troppo spesso all’immobilismo, sia fisico che emotivo. Il vero peccato capitale di Trust risiede nel montaggio e nella struttura: le frequenti e ingiustificate digressioni su personaggi secondari — come la Loretta di una Katey Sagal sottoutilizzata — spezzano costantemente il ritmo del survival thriller, trasformando quello che dovrebbe essere un crescendo soffocante in un esercizio di attesa piuttosto fiacco. Il sottotesto sulla predazione dei media e il trauma del grooming (personificato dal viscido Peter di Billy Campbell) è l’elemento più interessante, un potenziale revenge movie intellettuale che però si limita, letteralmente e metaforicamente, in una serie di coincidenze narrative poco verosimili.
