Spy game

Il nostro parere

Spy game (2001) USA di Tony Scott


Nathan Muir, veterano della CIA al suo ultimo giorno di servizio, scopre che il suo ex pupillo Tom Bishop è stato catturato in Cina durante una missione non autorizzata e sarà giustiziato entro 24 ore. Mentre i vertici dell’Agenzia sono pronti a sacrificarlo per non compromettere delicati accordi commerciali, Muir inizia una partita a scacchi burocratica tra flashback e inganni. In un ufficio di Langley, ricostruisce il loro legame nato in Vietnam e logorato a Beirut, orchestrando clandestinamente il salvataggio di Bishop sotto il naso dei suoi stessi superiori.


Tony Scott, il “fratello dinamico” di Ridley (scomparso nel 2012 a 68 anni), qui non dirige: spara. La sua regia è un saggio di estetica post-pubblicitaria degli anni ’90, portata all’estremo nel 2001. Siamo di fronte a un montaggio quasi parossistico, dove i tagli non superano i 20 secondi e la macchina da presa sembra soffrire di un’inquietudine cronica, tra zoom improvvisi e whooshes sonori. Se confrontato con il coevo Il sarto di Panama di John Boorman – dove la cinepresa si prende il tempo di respirare l’umidità delle location – il film di Scott appare come un lungo, patinato videoclip di due ore.

Tuttavia, c’è un elemento che impedisce a questo “giocattolo” tecnico di frantumarsi sotto il peso della propria superficie: Robert Redford. L’attore compie un miracolo di sottrazione. Mentre Scott satura l’immagine di filtri bluastri e grana sporca, Redford usa il suo carisma come un’ancora di salvataggio. La sua interpretazione di Muir è una masterclass su come costruire un personaggio senza dialoghi superflui; ci basta guardare le rughe del suo volto per leggere una storia di cinismo e lealtà che la sceneggiatura fatica a scrivere. Brad Pitt, nel ruolo del “Boy Scout” idealista, offre una prova onesta ma inevitabilmente schiacciata dalla presenza del mentore. La loro chimica è il vero motore emotivo, tanto che la sottotrama romantica con Catherine McCormack (presente curiosamente in entrambi i thriller citati) appare quasi come un obbligo contrattuale, priva del tempo necessario per sedimentarsi nel cuore dello spettatore.

Tecnicamente, il film è un paradosso: la velocità della narrazione, anziché accorciare la percezione del tempo, finisce per allungarla, poiché la contemplazione viene costantemente negata. Eppure, tra una missione a Beirut e un intrigo a Langley, Spy Game riesce a essere un ottimo film di intrattenimento di alto livello che, pur non avendo la profondità politica di un I tre giorni del Condor, si lascia godere per la sua impeccabile costruzione formale e per i tempi di montaggio spettacolari.

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