Dracula – L’amore perduto
Dracula – L’amore perduto (2025) FRA di Luc Besson
Dopo aver perso l’amata Elisabeth nel 1480 e aver rinnegato Dio in un impeto di furente blasfemia, il guerriero Vlad si trasforma nel leggendario conte Dracula. Secoli dopo, nella Parigi decadente di fine Ottocento, il vampiro rintraccia la reincarnazione della donna amata nella giovane Mina Harker. Tra l’ossessione romantica e la minaccia di un prete esorcista che gli dà la caccia, Vlad dovrà decidere se soccombere alla propria natura mostruosa o cercare una redenzione impossibile attraverso il sangue e il profumo del passato.
Era quasi fatale che le strade di Luc Besson e Caleb Landry Jones si incrociassero sotto il segno del pipistrello. Jones, con quel pallore quasi diafano che sembrava già un presagio nei suoi esordi con i Safdie, incarna un Dracula che oscilla tra la vulnerabilità malinconica e il brio quasi camp. Non aspettatevi la compostezza aristocratica di Christopher Lee; qui siamo di fronte a un mostro che morde con una teatralità vertiginosa, specialmente nelle sequenze in cui ipnotizza l’alta società continentale in un montaggio frenetico che è puro Besson “d’annata”.
Tecnicamente, il film è un paradosso visivo. Se da un lato il budget ridotto si palesa in una CGI non sempre impeccabile — i gargoyle che fungono da servitori ricordano fin troppo da vicino un Dobby versione gotica — dall’altro la direzione artistica è ottima. Il castello di Vlad, scolpito nella roccia come una cattedrale rovesciata, è un trionfo di architettura verticale che riflette il disequilibrio morale del protagonista. Degna di nota per i cinefili più attenti è la composizione dell’inquadratura nel dialogo tra Dracula e Harker: una messa in scena letteralmente sottosopra che sfida le leggi della gravità e della percezione, sottolineando lo scollamento dalla realtà del non-morto.
Il tocco originale di questa iterazione è l’invenzione del profumo ipnotico, una metafora olfattiva della memoria che eleva il film sopra il semplice gore. Accanto a un Christoph Waltz insolitamente contenuto e per questo ancor più incisivo nel ruolo del cacciatore di vampiri, il film si muove in una Parigi che sembra uscita dai versi di Baudelaire. Sebbene Besson non riesca sempre a gestire il peso emotivo della “storia d’amore” dichiarata nel sottotitolo, la sua audacia nel mescolare sacro, profano e una sensualità quasi tattile rende questo Dracula un’opera imperfetta ma vibrante. Un ritorno al cinema di genere che non chiede scusa, ma seduce con il fascino di un’essenza antica.
