Shindler’s list – La lista di Schindler

Il nostro parere

Schindler’s list – La lista di Schindler (1994) USA di Steven Spielberg


Nella Polonia occupata del 1939, l’opportunista uomo d’affari tedesco Oskar Schindler arriva a Cracovia con l’obiettivo di arricchirsi sfruttando la manodopera ebrea a basso costo per la sua fabbrica di smalteria. Grazie alla collaborazione del contabile Itzhak Stern, Schindler naviga tra la corruzione del regime nazista e l’orrore del ghetto gestito dal sadico Amon Goeth. Col precipitare della Soluzione Finale, l’avidità di Schindler muta in una disperata missione umanitaria: l’uomo sacrifica la sua intera fortuna per riscattare oltre 1.100 ebrei, sottraendoli ai forni di Auschwitz attraverso una lista che diventa simbolo di vita.


Con Schindler’s List, Steven Spielberg compie un miracolo stilistico: scompare nel suo stesso cinema. Per un regista spesso accusato di eccessivo sentimentalismo o di “manipolazione” emotiva attraverso la tecnica, questo film rappresenta un esercizio di sottrazione quasi monacale. La scelta del bianco e nero (curata magistralmente dal direttore della fotografia Janusz Kamiński) non è un vezzo nostalgico, ma un imperativo documentaristico. La pellicola acquisisce una grana che ricorda il cinegiornale dell’epoca, privando l’orrore di quella “bellezza” cromatica che rischierebbe di rendere il dolore esteticamente piacevole.

I pilastri dell’opera:

  • Liam Neeson (Schindler): Riesce a mantenere l’ambiguità di un uomo che è, per natura, un truffatore e un edonista. La sua transizione non è spiegata da un monologo didascalico, ma da sguardi carichi di una comprensione silenziosa e improvvisa.

  • Ben Kingsley (Stern): È il contrappunto morale, la coscienza silenziosa che guida il “padrone” verso la redenzione.

  • Ralph Fiennes (Goeth): Un’interpretazione agghiacciante della “banalità del male”. Il suo Goeth non è un mostro da favola, ma un uomo mediocre, capriccioso e psicotico, la cui follia è perfettamente incastrata negli ingranaggi della burocrazia nazista.

Il film, lungo 184 minuti, non soffre di alcun calo di tensione. La sceneggiatura di Steven Zaillian evita le trappole del melodramma convenzionale, preferendo l’accumulo di incidenti quotidiani che, sommati, descrivono l’abisso. L’unica nota di colore – il celebre cappottino rosso della bambina – non è un trucco facile, ma un focus ottico sulla responsabilità individuale in mezzo al caos collettivo.

Entriamo allora nel cuore pulsante della visione di Spielberg, laddove la tecnica si fa etica e la storia si trasforma in mito moderno. La genesi del film è un percorso di tormentata accettazione. Per anni il regista ha gravitato attorno alla figura di Schindler come un pianeta attorno a un sole troppo luminoso e pericoloso, temendo che la sua stessa inclinazione al meraviglioso potesse tradire l’orrore della Shoah. Solo dopo aver affrontato la propria identità ebraica e aver percepito l’urgenza di un revisionismo storico dilagante, ha trovato il coraggio di approcciare il materiale di Keneally. Questo ritardo ha giovato alla pellicola: un giovane Spielberg degli anni Ottanta avrebbe probabilmente cercato un eroismo più convenzionale, mentre il regista maturo degli anni Novanta sceglie la via della negazione estetica, rifiutando persino gli storyboard per lasciarsi guidare dall’istinto documentaristico sul set.

I simbolismi permeano ogni inquadratura, ma operano in modo quasi subliminale. La dialettica tra luce e ombra non è solo un omaggio all’espressionismo tedesco, ma una precisa scelta narrativa. Le candele che aprono il film in un bagliore dorato rappresentano la scintilla della fede e della vita che la macchina nazista tenta di spegnere. Quando il fumo delle candele si dissolve per lasciare spazio a quello dei treni, Spielberg compie una transizione semantica brutale: la spiritualità viene sostituita dalla meccanizzazione della morte. Il celebre dettaglio della bambina col cappottino rosso non è una concessione al sentimentalismo, bensì un espediente visivo per sottolineare l’accecamento morale di Schindler. Fino a quel momento, egli osserva la massa, non l’individuo. Quel punto di colore rompe l’uniformità grigia della sua indifferenza capitalista, trasformando una statistica in un volto, una vita in una responsabilità.

Stabilire un parallelo storico significa confrontare due diverse forme di burocrazia. Da un lato abbiamo la macchina perfetta e terrificante di Wannsee, che trasforma l’eliminazione di un popolo in una questione di pura logistica, orari ferroviari e gestione del tonnellaggio. Dall’altro, Schindler utilizza gli stessi strumenti — la lista, il timbro, la tangente, la qualifica lavorativa — per sabotare il sistema dall’interno. È affascinante notare come Schindler non combatta il nazismo con l’ideologia, ma con il paradosso: usa il linguaggio dell’efficienza bellica per proteggere chi, secondo quel medesimo sistema, non ha diritto di esistere. La sua fabbrica di munizioni, che non produce un solo proiettile funzionante, è il simbolo supremo della resistenza passiva: un’impresa capitalista che consuma denaro invece di produrne, al solo scopo di preservare l’essenza umana.

Il confronto con la realtà storica ci svela che la forza del film risiede nella sua capacità di non assolvere completamente il suo protagonista. Schindler rimane un uomo di ombre, un giocatore d’azzardo che si trova a giocare la partita più alta della sua vita contro un avversario, il comandante Goeth, che è il suo riflesso oscuro. Entrambi amano il lusso, le donne e il potere, ma mentre Goeth usa il potere per negare la vita altrui e confermare la propria superiorità, Schindler lo usa per creare una bolla di protezione. Questo dualismo tra l’industriale e il carnefice eleva il film da semplice ricostruzione a indagine filosofica sulla natura della scelta umana in condizioni di oscurità assoluta.

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