Dorian Gray
Dorian Gray (2009) UK di Oliver Parker
Nella Londra vittoriana, il giovane e ingenuo Dorian Gray eredita una fortuna e viene subito preso sotto l’ala del cinico Lord Henry Wotton, che lo inizia ai piaceri dell’edonismo. Affascinato dalla propria bellezza ritratta dal pittore Basil Hallward, Dorian esprime il desiderio che il quadro invecchi al suo posto in cambio della propria anima. Mentre il ragazzo resta immacolato nonostante decenni di vizi e crimini, la tela si trasforma in un mostro putrido che riflette la sua corruzione morale. Solo l’incontro con Emily, figlia di Wotton, metterà Dorian di fronte all’orrore del proprio segreto.
Affrontare il mito faustiano di Oscar Wilde è sempre un’operazione pericolosa, quasi quanto scendere in una soffitta polverosa per guardare in faccia i propri peccati. Oliver Parker, già avvezzo alle frequentazioni wildiane (Un marito ideale, L’importanza di chiamarsi Ernesto), sceglie qui una strada che strizza l’occhio al gotico orrorifico, allontanandosi dalle atmosfere sature e tecnicamente sublimi della versione di Albert Lewin del 1945.
Dal punto di vista della direzione artistica, il film è un piccolo gioiello di ricostruzione storica: i costumi e le scenografie restituiscono una Londra divisa tra l’opulenza dei club di Mayfair e il marciume dei vicoli dell’East End, creando un contrasto cromatico che riflette la dualità del protagonista. Tuttavia, dove la pellicola fatica a convincere il cinefilo più esigente è nella gestione della CGI. L’uso degli effetti digitali per mostrare il decadimento del quadro — che qui geme, sanguina e brulica di vermi — appare talvolta ridondante, quasi una scorciatoia visiva che sacrifica l’inquietudine psicologica sull’altare dello shock value.
Sotto il profilo attoriale, Ben Barnes presta il suo volto efebico con efficacia, anche se la sua evoluzione da angelo a demone manca di quelle sfumature tragiche che avrebbero reso il personaggio indimenticabile. A rubare la scena è, prevedibilmente, Colin Firth: il suo Lord Henry è un trionfo di cinismo verbale e sottile crudeltà, interpretato con una padronanza dei tempi comici e drammatici che nobilita ogni inquadratura.
In sintesi, il Dorian Gray di Parker è un’opera visivamente ricca ma ritmicamente alterna. È un film che preferisce l’esplicitazione del mostruoso alla sua evocazione, risultando un onesto divertissement dark più che una riflessione filosofica profonda. Un’opera che “si lascia guardare”, ma che forse avrebbe beneficiato di meno pixel e più introspezione.
