Cinque secondi

Il nostro parere

Cinque secondi (2025) ITA di Paolo Virzì


Adriano Sereni, avvocato di grido a capo di un impero legale tra Roma e Londra, si è autorecluso nelle scuderie fatiscenti di un’antica villa in Toscana. La sua misantropia viene scossa dall’arrivo di un collettivo di giovani agronomi ed ecologisti, guidati dalla risoluta Matilde, che occupano la proprietà per riportare in vita i vigneti abbandonati. Mentre il rapporto con i ragazzi evolve da scontro a tacita alleanza, emerge il trauma che ha spinto Adriano alla fuga: un processo per omicidio colposo legato a una tragica negligenza paterna. Tra le aule di tribunale e la terra cruda della campagna, l’uomo cerca una faticosa via di redenzione attraverso il legame con la giovane donna e il confronto con il proprio passato.


In questo diciottesimo lungometraggio, Paolo Virzì sembra voler compiere un gesto di sottrazione, quasi a voler purificare il proprio sguardo dalle sovrastrutture della commedia umana più affollata per concentrarsi sul peso specifico del silenzio. La narrazione si appoggia con decisione sulle note di Nick Drake, in particolare su quella Place to Be che funge da bussola emotiva per il protagonista: un Valerio Mastandrea che lavora sui volumi bassi, offrendo una prova fatta di sguardi opachi e una fisicità appesantita dal senso di colpa. La macchina da presa lo pedina con una discrezione quasi pudica, evitando virtuosismi per farsi testimone di una stasi esistenziale che trova nel paesaggio toscano non una cartolina, ma un correlativo oggettivo dell’anima.

Le scelte cromatiche virano su toni tenui e malinconici, dove la luce naturale penetra nelle stanze scrostate di Villa Guelfi non per illuminare, ma per evidenziare la polvere di una vita sospesa. La tessitura visiva si fonde con una scrittura che procede per ellissi e svelamenti graduali, evitando di spiegare l’orrore del trauma attraverso il dialogo didascalico. Il dolore di Adriano si manifesta piuttosto nel montaggio alternato tra la quiete apparente della campagna e la freddezza geometrica delle aule di giustizia, dove il tempo dei “cinque secondi” del titolo diventa un’unità di misura assoluta, capace di scindere il prima dal dopo in modo definitivo.

C’è un’interessante dialettica tra la solidità della vecchia guardia recitativa — con una Valeria Bruni Tedeschi che regala una fragilità luminosa e mai sopra le righe — e l’energia più ruvida di Galatea Bellugi. Sebbene il ritratto del collettivo giovanile sia chiaramente vittima di una bonomia che rischia di sfociare nel bozzetto, il nucleo centrale del film rimane l’indagine sulla paternità ferita. La regia si fa più densa proprio quando si allontana dal brusio del gruppo per stringere sui volti, cercando una verità che non abita nelle sentenze ma nei messaggi inviati a un figlio che non risponde. È un cinema che accetta l’imperfezione e la sgangheratezza, preferendo la pulsazione vitale di un racconto sinceramente dolente alla perfezione formale di un congegno narrativo privo di cuore.

Saremmo tentati di definire l’opera come un ritorno al Virzì degli esordi, ma c’è qui una consapevolezza della fine, una maturità nel trattare il perdono che appartiene solo a chi ha smesso di cercare la battuta a effetto per mettersi in ascolto del battito irregolare della realtà. La villa in rovina, con le sue vigne che faticano a rifiorire, non è solo una location, ma l’impalcatura estetica di un film che riflette sulla possibilità di restare umani dopo che il mondo, in soli cinque secondi, è crollato.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *