Fight or Flight: Tensione ad alta quota
Fight or Flight: Tensione ad alta quota (2025) USA di James Madigan
La vicenda segue Lucas, un ex agente operativo ormai ridotto all’ombra di se stesso tra i vapori dell’alcol a Bangkok, che viene richiamato in servizio dalla sua gelida ex superiore, Katie. La missione consiste nell’imbarcarsi su un volo di linea per individuare e proteggere un misterioso asset di alto valore, noto come il Fantasma, prima che una schiera di mercenari assetati di taglia riesca a eliminarlo. Una volta a diecimila metri d’altezza, l’aereo si trasforma in una polveriera dove Lucas deve farsi strada tra assassini professionisti e hostess agguerrite per portare a termine l’incarico e, forse, trovare una personale via di fuga dal proprio passato.
Mentre il cinema contemporaneo spesso si attorciglia su se stesso nel tentativo di nobilitare il genere action con sovrastrutture filosofiche non richieste, James Madigan sceglie la via della sincerità assoluta. Fight or Flight si presenta come un omaggio al cinema di exploitation, spogliato della patina leziosa di certi blockbuster recenti e rivestito di consapevolezza metalinguistica. Josh Hartnett, attore che sta vivendo una seconda giovinezza artistica all’insegna di una follia controllata, incarna un eroe che è la sintesi perfetta tra il disincanto di un John McClane e la fisicità stralunata del Coyote dei cartoni animati. La sua performance non cerca la verosimiglianza, ma una sorta di iper-realtà coreografica dove ogni colpo ricevuto diventa un momento di farsa slapstick nobilitata da una gestione degli spazi ristretti davvero encomiabile.
L’estetica della pellicola beneficia enormemente della mano di Matt Flannery, la cui cinepresa non si limita a registrare lo scontro, ma partecipa al caos. Le inquadrature scivolano tra i sedili della business class e i corridoi angusti, trasformando l’aereo in un labirinto dove la violenza esplode con una ritmica quasi musicale. È proprio in questa fusione tra l’architettura del set e il movimento degli interpreti che il film trova la sua ragion d’essere: la luce al neon e i contrasti cromatici della cabina non sono semplici scelte scenografiche, ma diventano strumenti per scandire i tempi di una narrazione che procede per accumulo. Katee Sackhoff, nel ruolo della manipolatrice tecnologica, offre un contrappunto glaciale alla deriva anarchica di Hartnett, muovendosi in un perimetro visivo che sembra citare le atmosfere di certi thriller spionistici europei degli anni Novanta, pur mantenendo un’identità ferocemente moderna.
Il fascino dell’opera risiede nella sua capacità di non prendersi mai troppo sul serio, utilizzando il montaggio per punteggiare l’azione con un umorismo nero che non scade mai nel banale citazionismo. Sebbene la sceneggiatura inciampi occasionalmente in tentativi di approfondimento psicologico che risultano superflui rispetto alla purezza dell’azione, la regia di Madigan mantiene una coesione visiva che eleva il prodotto sopra la media delle produzioni analoghe. L’uso creativo degli oggetti di scena e la gestione della profondità di campo nelle sequenze di combattimento dimostrano che si può fare cinema di genere con una grammatica rigorosa, trasformando un semplice viaggio intercontinentale in una sinfonia di vetri infranti e ossa rotte eseguita con una precisione quasi chirurgica.
