September 5 – La diretta che cambiò la storia
September 5 – La diretta che cambiò la storia (2024) GER/USA di Tim Fehlbaum
La mattina del 5 settembre 1972, durante le Olimpiadi di Monaco, un commando di terroristi palestinesi noto come Settembre Nero irrompe nel villaggio olimpico, uccidendo due atleti israeliani e prendendone altri nove in ostaggio. Il film, però, non si concentra sul dramma degli ostaggi o sui terroristi, ma ci trascina dentro la frenetica sala di controllo dell’ABC, il network sportivo americano che si ritrova improvvisamente a dover gestire la prima, gigantesca crisi mediatica in diretta televisiva globale, senza un piano e senza alcuna esperienza pregressa in fatti di cronaca nera.
Ci sono storie che sono state raccontate e ri-raccontate così tante volte che sembra impossibile tirarne fuori qualcosa di nuovo, ma per fortuna ogni tanto arriva qualcuno che ribalta la prospettiva. Il regista svizzero Tim Fehlbaum (che di solito bazzica la fantascienza post-apocalittica) lo fa in modo interessante, e il suo September 5 ci butta nel caos della cronaca, nel backstage di una tragedia che è entrata nella storia. La telecamera è sempre in movimento, quasi come se stesse cercando di orientarsi nel caos, zoomando su dettagli e volti, e il rumore di fondo è una costante: un mix di voci, radio della polizia e l’audio dei vari monitor, che insieme creano un’atmosfera incredibilmente opprimente.
Non si tratta di un’epopea storica o di un kolossal tipo Munich, ma di un thriller teso e claustrofobico, tutto giocato sui dialoghi, sui dubbi etici, e sulle decisioni prese al volo che possono cambiare il corso degli eventi. La trama si snoda quasi interamente all’interno di quella sala di controllo, dove un gruppo di professionisti si trova improvvisamente a fare i conti con un incubo in diretta mondiale. È qui che il film dà il meglio di sé, perché ci fa toccare con mano l’incoscienza e l’ingenuità di quegli anni, quando il giornalismo non era ancora diventato lo show che conosciamo oggi.
Il vero fulcro di questa storia è un trio di personaggi strepitoso. C’è il produttore Geoffrey Mason, interpretato da John Magaro, che è costantemente sul filo del rasoio, tra le richieste dei capi e la propria coscienza. Magaro è uno di quegli attori che sanno recitare anche solo con uno sguardo: il suo volto trasuda l’ansia di chi sa di avere un potere enorme ma anche una responsabilità spaventosa. E poi ci sono i suoi colleghi, la traduttrice tedesca Marianne Gebhardt, una donna che si ritrova a suo malgrado nel bel mezzo di una vicenda che riapre vecchie ferite, e Marvin Bader, un uomo d’azione newyorkese di origine ebraica che vive l’attentato con un coinvolgimento straziante. I loro dialoghi sono scritti e recitati ottimamente, perché ogni punto di vista ha un senso, anche quando sono in conflitto.
Il film ci mostra la creazione del giornalismo moderno, quello in cui la copertura live non ha confini, ma solleva anche una questione etica fondamentale, che all’epoca era inedita: a chi fa più comodo la trasmissione in diretta di un atto terroristico? Ai terroristi, che possono usare le telecamere per la loro propaganda, o al pubblico, che ha il diritto di essere informato? E in questo senso, il film di Fehlbaum ci fa riflettere su come la televisione (e poi internet) abbia perso l’innocenza, perché con quella prima trasmissione live, i giornalisti hanno ceduto il controllo della narrazione e della verità in cambio della velocità e dell’audience. Insomma, è come se fossero stati cacciati dal paradiso dell’informazione e avessero spalancato le porte all’inferno dei dibattiti urlati a cui siamo ormai abituati.
E a proposito di artigianato, il film è un vero e proprio omaggio a come si lavorava in quegli anni. Si vede il sudore e la fatica per fare cose che oggi sono banali. Dalla costruzione al volo dei loghi da mostrare in video, al montaggio in tempo reale dei filmati in 16mm per mandare in onda le immagini, fino alla difficile gestione del satellite, ogni passaggio tecnico è raccontato con una cura quasi maniacale, e dà al film un sapore autentico. La cosa divertente è che il tutto viene fatto con una goffaggine d’altri tempi. Insomma, September 5 è un thriller d’azione in tutto e per tutto, ma è un thriller fatto di telefonate, di sigarette e di decisioni prese in pochi secondi, e per questo è ancora più teso e appassionante.
