Per te

Il nostro parere

Per te (2025) ITA di Alessandro Aronadio


Paolo ha quarant’anni quando la diagnosi di Alzheimer precoce irrompe nella sua vita, minacciando di smantellare l’impalcatura dei suoi ricordi e della sua identità. Insieme alla moglie Michela e al figlio undicenne Mattia, l’uomo si trova a navigare in un quotidiano che si sgretola, cercando di trasformare il tempo che resta in un lascito d’amore. Mentre la dimenticanza si fa strada tra le pieghe della routine, il legame familiare si stringe attorno a piccoli riti e verità sospese, nel tentativo di restare uniti mentre il mondo interiore di Paolo scivola lentamente nell’oblio.


Alessandro Aronadio firma con questa pellicola un’opera di sorprendente maturità, riuscendo nell’impresa non scontata di trattare la degenerazione cognitiva attraverso una lente che privilegia la grazia rispetto al patetismo. La narrazione non si adagia mai sulla facile retorica del dolore, ma preferisce esplorare il confine sottile tra ciò che svanisce e ciò che, nonostante tutto, permane nel tessuto emotivo di una famiglia. La macchina da presa si muove con una sobrietà quasi pudica, prediligendo inquadrature che respirano insieme ai personaggi e una luce naturale, spesso catturata in controluce, che sembra evocare visivamente la progressiva dissolvenza della coscienza del protagonista.

Il film trova la sua cifra stilistica più autentica in un equilibrio armonico tra malinconia e una peculiare ironia, dove il tragico viene stemperato da una sceneggiatura che non teme il sorriso. Questa leggerezza non appare mai come una fuga dalla realtà, quanto piuttosto come una forma di resistenza; si pensi alla scelta di inserire richiami al cinema muto o alle citazioni di Buster Keaton. Proprio il volto imperturbabile di Keaton diventa una metafora visiva potente: come l’eroe del muto rimane in equilibrio tra le macerie di un ciclone, così Paolo, interpretato da un Edoardo Leo capace di lavorare sulle sottrazioni e sui vacillamenti dello sguardo, cerca una dignità nel proprio smarrimento.

Il linguaggio cinematografico di Aronadio si nutre di dettagli minuti, come il quaderno degli appunti che diventa un simulacro di sopravvivenza, o l’uso del sonoro curato da Santi Pulvirenti. La partitura musicale, che alterna jazz classico a brani di repertorio carichi di memoria affettiva, non si limita a sottolineare l’emozione, ma agisce come una proiezione acustica dei ricordi che riaffiorano. Le note si intrecciano ai silenzi e ai rumori domestici, creando un tappeto sensoriale che unisce le epoche e i sentimenti. Splendido, in tal senso, è il contrappunto tra la fisicità smarrita di un uomo che cammina in accappatoio e l’esplosione lirica di un finale affidato alla voce di Mina, dove la musica diventa l’unico luogo in cui l’identità può ancora dirsi integra.

Un valore aggiunto fondamentale è dato dalle interpretazioni: se Teresa Saponangelo incarna una forza femminile fatta di accoglienza e resistenza silenziosa, è il giovanissimo Javier Francesco Leoni a stupire per la naturalezza con cui abita l’inquadratura. Il suo Mattia non subisce il racconto, ma ne diventa il baricentro, offrendo uno specchio puro in cui la malattia si trasforma in un nuovo modo di guardare il mondo. Anche quando la scrittura sembra indugiare in soluzioni più classiche, la verità degli sguardi riporta tutto a una dimensione di profonda umanità, ricordandoci che il cinema, nel suo senso più alto, è l’arte di rendere visibile ciò che il tempo vorrebbe cancellare.

 

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