Muori di lei

Il nostro parere

Muori di lei (2025) ITA di Stefano Sardo


Luca, interpretato da Riccardo Scamarcio, è un professore di filosofia impantanato in una crisi personale e familiare. La sua quotidianità, resa ancora più spenta dall’isolamento e dalla distanza della moglie Sara (Maria Chiara Giannetta), medico ospedaliero impegnato in turni massacranti, si incrina definitivamente con l’arrivo della misteriosa vicina Amanda (Mariela Garriga). Da quel momento, il desiderio rompe l’equilibrio, portando alla deriva un uomo già emotivamente irrisolto.


Nel panorama recente del cinema italiano, Muori di lei si inserisce come un tentativo – non del tutto compiuto – di dare nuova linfa al thriller psicologico, mescolando eros, claustrofobia pandemica e disgregazione affettiva. Ambientato durante il primo lockdown romano, il film di Stefano Sardo si affida a un impianto narrativo che alterna momenti riusciti a passaggi più incerti, rimanendo a galla grazie a un buon lavoro sulla tensione e a un finale che riesce, pur senza essere sconvolgente, a sorprendere e a sottrarsi alle più prevedibili derive consolatorie del nostro cinema.

La pellicola riesce a restituire un’immagine credibile e riconoscibile del periodo pandemico: mascherine, silenzi domestici, lezioni online e lunghi corridoi di solitudine diventano più che semplici dettagli scenografici, e si fanno metafora della fragilità psicologica che invade lentamente i protagonisti. Sardo riesce a costruire una tensione voyeuristica che cresce scena dopo scena, alimentata da sguardi rubati e spazi chiusi, simbolo di un mondo interiore che si sta sfaldando.

Tuttavia, Muori di lei non evita del tutto gli scivoloni. La presenza insistita della voice-over – usata per chiarire anziché evocare – finisce per appesantire la narrazione. Alcune scelte di scrittura sembrano forzate, come certi cliché nel tratteggio dei personaggi secondari o nel dipingere la relazione extraconiugale come un’unica esplosione di carnalità travolgente. L’ossessione erotica viene spesso esasperata in modo programmatico, con accenti da melodramma sensazionalista che poco aggiungono all’introspezione dei personaggi.

Eppure, nella costruzione dei ruoli principali si coglie una certa cura: Scamarcio offre una prova misurata, pur con qualche momento manierato, e la Garriga riesce a dare spessore a un personaggio che rischiava di restare intrappolato nel cliché della femme fatale. Giannetta, dal canto suo, restituisce con equilibrio un personaggio forte, non relegato al ruolo della moglie tradita ma anzi posto in dialettica attiva con il mondo che la circonda.

Dal punto di vista stilistico, la regia si muove con una certa efficacia nei momenti di maggiore tensione, sfruttando bene i contrasti cromatici tra le scene con Sara (fredde, spente) e quelle con Amanda (calde, disturbanti). Tuttavia, altrove si percepiscono delle ingenuità: l’insistenza su alcuni simbolismi visivi e la ridondanza di certi snodi narrativi indeboliscono l’impatto complessivo del film.

Il finale, che vira con discreta abilità verso soluzioni meno ovvie, rappresenta il punto di forza dell’opera. In un contesto nazionale spesso appiattito su epiloghi moralistici o prevedibili, Muori di lei si concede il lusso di spiazzare, mantenendo però una coerenza interna che lo salva dal puro effetto a sorpresa.

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