L’infinito

Il nostro parere

L’infinito (2025) ITA di Umberto Contarello


L’Infinito è una pellicola che ci introduce nella vita di Umberto, uno sceneggiatore non più giovanissimo, alle prese con una crisi che non riguarda solo la carriera, ma si insinua in ogni angolo della sua esistenza. Tra un rapporto con la figlia che sembra un campo minato, un maggiordomo che è più un complice che un dipendente, la scoperta di un figlio fino ad allora sconosciuto, e un viavai di ex amori, Umberto si barcamena in una Roma notturna e un po’ surreale. Non mancano gli incontri bizzarri, come una suora lavavetri osservata dalla finestra di fronte, e la necessità di riconquistare un produttore che lo spinge a inserire nel suo copione i famigerati “turning point”, tanto detestati dal nostro protagonista.


Nel film “L’Infinito”, ci troviamo di fronte al debutto alla regia di Umberto Contarello, una delle menti più brillanti nel panorama della sceneggiatura italiana. Contarello non si è limitato a dirigere, ma ha anche scelto di interpretare il ruolo del protagonista, un alter ego di se stesso. La genesi di questa pellicola è curiosa, nata quasi per gioco da una conversazione con Paolo Sorrentino, il quale, intuendo la stanchezza di Contarello per la sola scrittura, lo ha spinto a mettersi dietro la macchina da presa, offrendosi anche come co-sceneggiatore e produttore.

Il cuore del film batte al ritmo della vita di Umberto, uno sceneggiatore non più giovane che si trova a navigare in acque agitate, sia professionalmente che personalmente. La sua carriera sembra aver imboccato un vicolo cieco, e la sua vita privata è un campo minato di relazioni complicate: un rapporto teso con la figlia adolescente, un’ironica complicità con il suo maggiordomo, la sorprendente scoperta di un figlio finora sconosciuto, e il riaffacciarsi di vecchi amori. Tra un bicchiere e una sigaretta, Umberto si muove in una Roma notturna che è tutt’altro che la solita cartolina turistica, ma piuttosto un palcoscenico desolato e quasi surreale, che riflette la sua solitudine interiore. Non mancano incontri bizzarri, come quello con una suora lavavetri osservata dalla finestra, e le pressioni di un produttore che esige i classici “turning point” nella sua sceneggiatura, concetti che Umberto, con la sua visione artistica, detesta profondamente.

Contarello definisce il suo film un “film-gambero”, un’opera che, anziché procedere linearmente, si muove a ritroso, esplorando e ricucendo i fili di un passato trascurato. Il protagonista non si arrende all’abbandono, ma tenta, anche se inconsapevolmente, di sanare le ferite delle sue relazioni, in primis quella con la madre. È una ricostruzione che sembra tardiva, ma che si rivela essere, in realtà, tutt’altro.

La regia è essenziale, con inquadrature spesso fisse, e la fotografia in bianco e nero di Daria D’Antonio dona al film un’atmosfera sospesa e quasi onirica, che ben si sposa con la malinconia intrinseca del racconto. Le musiche di Danilo Rea accompagnano delicatamente questo viaggio interiore.

Il confronto con le opere di Sorrentino è quasi inevitabile, soprattutto con “La Grande Bellezza”, sia per l’età dei protagonisti che per la comune esplorazione della solitudine e di una Roma notturna che si fa specchio dell’inconscio. Tuttavia, “L’Infinito” si distingue per un approccio più intimo e sentimentale, meno estetizzante, avvicinandosi forse di più a film come “This Must Be The Place”.

Il film è anche una dichiarazione d’intenti sul mestiere dello sceneggiatore e sulla narrazione stessa. Contarello si schiera contro l’ossessione per la funzionalità delle scene e per i meccanismi narrativi che rendono le storie prevedibili. Per lui, una scena può essere semplicemente bella, anche se apparentemente “inutile” ai fini della trama, perché è proprio in questi frammenti che si cela la vera bellezza e la poesia. In questo senso, c’è un omaggio a un cinema che cerca la voce autentica dell’autore e l’ingenuità che può condurre alla lirica, citando ad esempio “Licorice Pizza” di Paul Thomas Anderson come fonte di profonda ispirazione.

Nonostante il cinismo e la malinconia che permeano gran parte del racconto, il film si apre a un barlume di speranza nel finale. Non è un “happy end” preconfezionato, ma piuttosto la possibilità di un nuovo inizio, la capacità di rielaborare il passato e trovare una nuova libertà interiore. Questo percorso, tra divagazioni e incontri casuali per una Roma deserta e quasi baltica, porta il protagonista a una crescita inaspettata. Ci sono anche chiari riferimenti a maestri come Fellini e Moretti, con echi di “8 ½” e delle loro celebri scorribande urbane.

Infine, il film è un sentito omaggio a Carlo Mazzacurati, amico e mentore di Contarello, colui che gli ha regalato i “Sillabari” di Goffredo Parise, un’opera che Contarello sogna un giorno di portare sul grande schermo. In definitiva, “L’Infinito” è un’opera profondamente personale, che esplora le sfumature dell’esistenza con un tocco di malinconia, ironia e una ricerca costante della bellezza nelle imperfezioni.

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