Breve storia d’amore
Breve storia d’amore (2025) ITA di Ludovica Rampoldi
La scrittrice Lea e il sismologo Rocco intraprendono una relazione clandestina dopo un incontro fortuito, nonostante entrambi siano legati a partner stabili. Mentre per l’uomo l’affare rappresenta una parentesi ludica e passeggera, per Lea il legame diventa un’ossessione necessaria a scardinare una vita in cui si sente semplice spettatrice. Il desiderio di lei di infiltrarsi nella quotidianità dell’amante porterà a una collisione inevitabile tra le due coppie, tra segreti svelati e verità scomode.
L’esordio dietro la macchina da presa di Ludovica Rampoldi si presenta come un raffinato quanto algido studio entomologico sulle dinamiche della borghesia contemporanea. Non è un caso che la narrazione sia punteggiata da metafore visive quasi didascaliche, come il formicaio osservato con distacco sismologico da Rocco, che riflette l’approccio della regia: un’osservazione ravvicinata di creature intrappolate in percorsi prestabiliti. La macchina da presa si muove con un’eleganza levigata, quasi timorosa di sporcarsi con il fango del mélo, preferendo una pulizia formale che trasforma la passione in una serie di quadri composti e dialoghi fin troppo limati. Questa estetica della compostezza, se da un lato conferisce al film una dignità visiva notevole, dall’altro finisce per raffreddare il nucleo emotivo del racconto, rendendo quella che dovrebbe essere un affare tempestoso, poco più che una brezza autunnale.
Il merito maggiore dell’opera risiede nella capacità di valorizzare un cast di alto profilo, dove Pilar Fogliati domina la scena con una performance stratificata che riesce a dare profondità alle inquietudini di una donna sospesa tra la noia e la rivoluzione interiore. La recitazione di Fogliati agisce come un contrappunto organico alla rigidità di certe scelte di scrittura, trovando nei silenzi e negli sguardi quella verità che le battute, talvolta cariche di una retorica sentenziosa, faticano a trasmettere. Accanto a lei, Adriano Giannini e Valeria Golino offrono prove di solida credibilità, incarnando perfettamente quella stanchezza esistenziale tipica di chi ha costruito la propria libertà su fondamenta di ipocrisia. La struttura del film sembra quasi riecheggiare la geometria di una partita di scacchi-boxe, sport praticato da Rocco in apertura: un alternarsi di strategia mentale e scontro fisico che però, nella gestione del ritmo narrativo, privilegia eccessivamente la prima a discapito della forza d’urto emotiva.
Interessante è l’uso degli spazi, con alberghi e interni domestici che diventano specchi dell’anima dei protagonisti, ma è proprio in questa ricerca della perfezione formale che il film rischia di smarrire il senso del mistero. Ogni inquadratura appare talmente calibrata da risultare quasi soffocante, lasciando poco spazio all’imprevisto o a quella sporcatura necessaria che avrebbe reso il dramma davvero universale. Nonostante una direzione attoriale sicura e una confezione tecnica impeccabile che testimonia la maturità della Rampoldi, l’opera fatica a svincolarsi dai tópoi del genere, restando un esercizio di stile ammirevole ma che non riesce mai del tutto a spezzare la teca di vetro sotto la quale osserva i suoi personaggi.
