La trama fenicia
La trama fenicia (2025) USA di Wes Anderson
Nel 1950, il magnate Anatole “Zsa-zsa” Korda, sopravvissuto miracolosamente al suo sesto incidente aereo, decide di consolidare il suo impero attraverso un colossale piano infrastrutturale nella “Fenicia Indipendente”. Per farlo, deve convincere un’eterogenea galleria di investitori globali e, soprattutto, addestrare la figlia Liesl — una novizia che sospetta il padre di averle ucciso la madre — a diventare la sua erede universale. Tra tentati omicidi, visioni dell’aldilà e inseguimenti geopolitici, il “periodo di prova” della ragazza diventerà un test morale per l’anima stessa del capitalismo.
Se i precedenti lavori erano trattati metafisici sul lutto, La trama fenicia segna un punto di svolta fondamentale nel percorso artistico di Wes Anderson. Siamo lontani dall’intimismo malinconico de I Tenenbaum o dalla tenerezza adolescenziale di Moonrise Kingdom. Qui, il regista sembra voler sfidare la critica che lo accusa di “muséification”: la sua celebre ossessione per il controllo non è più solo una scelta estetica, ma diventa il tema stesso del film. La mania del controllo di Korda, che archivia contratti in scatole di scarpe perfettamente etichettate, riflette l’ossessione di Anderson per la geometria del quadro, suggerendo un’auto-consapevolezza quasi ironica sulla propria carriera.
Questa maturità barocca si sposa con un omaggio vibrante al cinema di Orson Welles. Il riferimento a Citizen Kane e Dossier Segreto non è solo onomastico, ma strutturale. Anderson mette in scena la caducità del potere attraverso un Benicio del Toro monumentale, che riempie il quadro con una fisicità sorniona, restituendo al cinema andersoniano un centro gravitazionale forte dopo anni di narrazioni corali frammentate. La collaborazione con il direttore della fotografia Bruno Delbonnel apporta una densità materica nuova, dove i colori pastello del deserto fenicio (curati da Adam Stockhausen) scontrano con tableaux in bianco e nero dell’aldilà, creando una frizione visiva sospesa tra il rigore di Powell-Pressburger e il misticismo di Parajanov.
Nel contesto del suo percorso, questo film dimostra come Anderson stia gradualmente “sporcando” la sua perfezione. Sebbene il ritmo resti quello forsennato e screwball delle recenti trasposizioni di Roald Dahl, c’è una violenza grafica inedita nell’incipit e una riflessione spirituale che non avevamo mai visto così esplicita. Michael Cera incarna perfettamente questa evoluzione: il suo Bjorn possiede la goffaggine di un giovane Max Fischer ma filtrata attraverso una stanchezza esistenziale moderna. Nonostante una parte centrale che rischia di affogare in un gergo burocratico volutamente ottuso — una sorta di satira sul linguaggio del potere che Anderson maneggia con un distacco quasi kubrickiano — il film brilla quando affronta il tema della trasmissione. È un’opera sulla redenzione e sulla capacità di guardare il mondo in tre dimensioni dopo aver passato una vita a “schiacciare” tutto ciò che ostacolava il cammino. Anderson scuote la macchina da presa proprio sul finale, lasciando entrare un raggio di luce reale in un mondo di cartapesta: un gesto di rara audacia per un esteta che sembra finalmente pronto a far crollare le pareti delle sue stesse case di bambola.
