Buen Camino

Il nostro parere

Buen Camino (2025) ITA di Gennaro Nunziante


Checco è un miliardario apatico, ignorante e profondamente egoriferito, erede di un impero di divani che trascorre le giornate tra yacht e ville sfarzose, ignorando quasi l’esistenza della figlia adolescente Cristal. Quando la ragazza, colpita da una crisi esistenziale, fugge per intraprendere il faticoso Cammino di Santiago, Checco è costretto a mettersi sulle sue tracce per dovere paterno. Armato inizialmente di Ferrari, carte di credito gold e una totale inettitudine alla fatica, il protagonista dovrà affrontare ottocento chilometri di fango, ostelli e incontri bizzarri, tentando un improbabile ricongiungimento affettivo e una ancor più complessa redenzione personale.


Non chiamatelo capolavoro, ma accoglietelo come un rassicurante ritorno a casa. Buen Camino segna il ripristino del sodalizio tra Luca Medici e Gennaro Nunziante, una scelta che restituisce alla pellicola una fluidità narrativa più canonica e ritmata rispetto alle frammentazioni poetiche di Tolo Tolo. Sebbene l’opera non brilli per originalità assoluta – il tema del viaggio padre-figlia riecheggia stilemi già percorsi in Sole a catinelle – il film riesce a mantenersi in perfetta consonanza con l’universo zaloniano, confermando che, sebbene la maschera mostri i primi segni di usura fisiologica, la sua capacità di generare il riso resta un congegno meccanico di precisione.

Dal punto di vista tecnico, la regia di Nunziante lavora su un contrasto cromatico e scenografico netto. La prima parte è un trionfo di estetica “pachidermica”: una fotografia satura e quasi accecante esaspera il lusso cafone di una Sardegna che sembra uscita da una parodia del Billionaire, completa di piramidi posticce in giardino. Una volta approdati sul suolo spagnolo, la macchina da presa si fa più mobile e sporca, adattandosi ai toni terrosi e naturalistici del pellegrinaggio. Tuttavia, la scrittura procede per ellissi talvolta troppo generose: la credibilità della storia è sacrificata sull’altare della gag, con evoluzioni caratteriali repentine e guarigioni miracolose che richiedono allo spettatore cinefilo una sospensione dell’incredulità non indifferente.

Il personaggio di Checco subisce qui una mutazione: non è più l’italiano medio che arranca per il posto fisso, ma lo “zotico d’oro” che ostenta una mediocrità orgogliosa e impunita. È in questo spazio che Zalone esercita il suo talento migliore: il piacere quasi infantile della trasgressione. Le battute su Gaza, su Schindler’s List o sulla propria prostata infiammata non sono attacchi diretti al politicamente corretto per puro gusto di offendere, ma frammenti di un’iconoclastia che serve a smontare l’omologazione imperante.

In definitiva, Buen Camino è una commedia che accetta il compromesso della “visione per famiglie” natalizia senza però rinunciare del tutto al graffio. Manca forse quel mordente sociale che rendeva i suoi primi lavori specchi deformanti della nazione, ma resta un’operazione popolare nel senso più nobile: un film che utilizza la risata come unico strumento possibile per raccontare la miseria spirituale di chi possiede tutto, tranne la consapevolezza di sé. Un intrattenimento onesto che non rivoluziona il genere, ma lo abita con la consueta, rassicurante cafonaggine.

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