Un film fatto per Bene
Un film fatto per Bene (2025) ITA di Franco Maresco
Il tentativo di Franco Maresco di omaggiare l’arte di Carmelo Bene si infrange contro la realtà di una produzione impossibile, culminando nel blocco dei finanziamenti da parte di Lucky Red. In seguito alla chiusura del set, il cineasta palermitano si isola dal mondo, spingendo il suo sodale Umberto Cantone a un’investigazione surreale tra i protagonisti di questo disastro creativo. Il lungometraggio evolve così in una raccolta di detriti filmici, dove le testimonianze dei collaboratori delineano il profilo di un progetto che trova la sua ragion d’essere proprio nella propria incompiutezza.
Osservando Un film fatto per Bene, ci si trova dinanzi a un dispositivo metacinematografico che nega se stesso per riaffermare la purezza della visione. Se l’industria cinematografica odierna esige linearità, Maresco risponde con una destrutturazione radicale dell’immagine. La scelta del direttore della fotografia di puntare su un contrasto cromatico violento non è meramente estetica: il chiaroscuro diventa lo spazio fisico in cui la memoria di Bene si scontra con la miseria del contemporaneo.
Sotto il profilo formale, l’opera si configura come un ipertesto visivo. Il montaggio agisce per accumulo e sottrazione, sovrapponendo materiali di repertorio a sequenze ricostruite con un gusto per il deforme che ricorda le deformazioni ottiche del cinema muto d’avanguardia. È un esercizio di stile che dissacra le istituzioni — la produzione, la critica, persino la sacralità del “maestro” — attraverso una recitazione volutamente atonale e straniante degli attori feticcio del regista.
La macchina da presa si muove con una precisione chirurgica nel catturare l’incompetenza: la sequenza della partita a scacchi, parodia bergmaniana, è un saggio di ritmo comico-depressivo che trasforma l’angoscia esistenziale in slapstick intellettuale. Maresco non cerca il consenso, ma la collisione; la sua regia è un atto di resistenza contro la “pulizia” del digitale, preferendo la grana sporca di un’idea che si rifiuta di diventare prodotto. Ci troviamo di fronte a un autoritratto in negativo, una confessione tecnica e spirituale che elegge il fallimento a suprema forma d’arte.
