Dieci giorni con i suoi
Dieci giorni con i suoi (2025) ITA di Alessandro Genovesi
La famiglia Rovelli, con il papà Carlo (Fabio De Luigi) in prima linea, si lancia in un’avventura pugliese per accompagnare la figlia diciottenne Camilla, pronta a trasferirsi e convivere con il fidanzato Antonio. L’accoglienza è affidata alla famiglia di lui, i Paradiso, ma l’incontro tra nord e sud, e tra due mondi così diversi, promette scintille e non proprio un paradiso di convivialità.
Sembra che questa terza puntata della saga dei “10 giorni” abbia deciso di prendere una piega decisamente diversa, quasi come se avesse fatto un patto con il diavolo della risata forzata. Dopo il discreto successo di “10 giorni senza mamma” e la sfortunata (per via del Covid) apparizione di “10 giorni con Babbo Natale”, che comunque aveva il suo perché con un Diego Abatantuono mattatore, “10 giorni con i suoi” si lancia in sala con una vocazione più demenziale. Peccato che, a quanto pare, la sceneggiatura abbia lasciato i personaggi a galleggiare in un mare di gag un po’ fiacche.
I nostri amati Rovelli, con la solida coppia De Luigi-Lodovini, che nei capitoli precedenti avevano saputo veicolare una certa complessità familiare, qui sembrano un po’ messi da parte. La scena è tutta per i Paradiso, la famiglia pugliese del fidanzato Antonio, che a detta di molti ricordano un po’ troppo certe macchiette zaloneiane, senza però la stessa efficacia. Il problema principale è che il povero Antonio, fulcro della diffidenza di Carlo, è anonimo. Insomma, un incontro-scontro tra famiglie che prometteva faville e invece si rivela un po’ un fuoco fatuo, non riuscendo a eguagliare la brillantezza di un “Ti presento i miei”, al quale sembra vagamente ispirarsi.
E come se non bastasse, per aggiungere pepe al brodo, ecco che spunta una sottotrama con i figli più piccoli delle due famiglie, che, esasperati dai genitori, decidono di darsi alla fuga romantica. L’intento era forse quello di citare un cult come “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, ma il risultato sembra più una fotocopia sbiadita e appiccicosa. I due giovani fuggitivi, essendo stati personaggi marginali fino a quel momento, non riescono a coinvolgere lo spettatore nel loro grande gesto. E il piccolo Mario Paradiso, in particolare, è talmente saputello e irritante che la sua avventura suscita più indifferenza che empatia.
In definitiva, questo capitolo sembra aver abbandonato quella delicata complessità nei rapporti coniugali e genitoriali che aveva caratterizzato i primi due film, scegliendo la via della comicità spicciola. L’operazione “squadra che vince non si cambia” è stata applicata alla lettera, con Alessandro Genovesi alla regia e Giovanni Bognetti alla sceneggiatura, e la produzione affidata a Iginio Straffi e Alessandro Usai per Colorado Film. La comicità dei Rovelli-Paradiso non regge il confronto con il memorabile duo De Luigi-Abatantuono e il loro esilarante Babbo Natale. Mentre i Rovelli continuano a portare avanti il discorso sull’intercambiabilità dei ruoli genitoriali, i Paradiso risultano troppo caricaturali, trasformando l’incontro nord-sud, un cliché abusato nel cinema italiano, in qualcosa di poco divertente. Sarà difficile per questo film riportare in auge la commedia per famiglie, un genere che ultimamente sembra aver perso la strada.
