Il tempo che ci vuole

Il nostro parere

Il tempo che ci vuole (2024) ITA di Francesca Comencini


Questa pellicola si addentra con delicatezza nel legame tra una figlia e il suo celebre padre regista, ripercorrendo le tappe di una vita, dall’infanzia segnata dalla magia del cinema fino all’età adulta confrontata con le ombre degli anni di piombo italiani. Non si tralascia il periodo doloroso della tossicodipendenza, ma il fulcro rimane la forza di un rapporto filiale che si evolve sullo sfondo di un’epoca turbolenta e della passione condivisa per la settima arte, con un occhio di riguardo al cinema del passato, salvaguardato con amore dal padre.


Attraverso lo sguardo di una figlia, si riaccende la luce su un gigante del cinema italiano, un padre la cui ombra protettiva si è stesa sulla sua vita, dall’incanto infantile delle prime visioni fino alle tempeste dell’età adulta. Non si tratta solo di ripercorrere una biografia, ma di sentire il battito di un cuore, il legame indissolubile tra chi ha donato l’amore per la settima arte e per l’esistenza stessa. Aneddoti, frammenti di memoria si mescolano in un racconto intimo e universale, dove le gioie e i dolori di una famiglia si intrecciano con la storia di un paese in fermento, sullo sfondo di un cinema che ha saputo raccontare l’anima popolare con calore e ingegno.

Si schiude un universo fatto di silenzi carichi di significato e di sguardi che si intendono al volo, quello tra una bambina dagli occhi spalancati sulla meraviglia e il suo papà, un maestro dietro la macchina da presa. In una casa che profuma di celluloide e di storie sussurrate prima di dormire, il piccolo schermo diviene una finestra sul mondo, un luogo di avventure condivise, a partire da quel burattino di legno che prende vita, Pinocchio, e dal suo compagno un po’ ribelle, Lucignolo, figure che popolano l’immaginario infantile e che forse, in filigrana, anticipano le sfide future. Non c’è bisogno di orpelli o di troppi personaggi, il cuore del racconto pulsa nel dialogo tra questi due poli affettivi, un rapporto che si nutre di complicità e di una stima reciproca che abbatte le distanze generazionali. Si percepisce la delicatezza di un padre che sa mettersi all’altezza dei suoi piccoli interlocutori, che crede nella loro voce e che li difende con passione da un mondo adulto spesso sordo alle loro ragioni. Il suo cinema stesso sembra farsi eco di questa sensibilità, attingendo alla purezza dello sguardo infantile per svelare verità nascoste.

Dietro le quinte di un set cinematografico, tra il caos festoso e le urla sommesse, si intravede un uomo saldo al timone, capace di infondere calma e rispetto in un ambiente effervescente. “Prima la vita, poi il cinema” sembra essere il suo mantra, un’etica che antepone l’umanità a ogni velleità artistica. La sua passione per il cinema non si esaurisce sul set, ma si estende a un lavoro di salvaguardia della memoria, recuperando pellicole dimenticate e donandole alla collettività, quasi a voler preservare un patrimonio di sogni per le generazioni future. E così, nella narrazione, spuntano come gemme preziose sequenze di film che hanno fatto la storia, omaggi discreti a chi ha tracciato la strada.

Il volto del padre sullo schermo si anima di una familiarità commovente, nei gesti, nelle espressioni, in quell’andatura un po’ curva che tradisce il peso degli anni ma non la vivacità dello sguardo. Poi il racconto si fa più cupo, l’adolescenza porta con sé le prime ombre, il desiderio di ribellione si scontra con un mondo che pare immobile, gli anni di piombo gettano lunghe ombre sulla spensieratezza. La ricerca di un’identità porta a smarrirsi, a cercare risposte illusorie in un tunnel oscuro. Il silenzio si fa assordante, le bugie un fragile scudo dietro cui nascondere il dolore. La macchina da presa indugia sui volti scavati, sulle strade buie, restituendo con realismo la fragilità di un’epoca.

Ma anche nel momento più buio, quando la distanza sembra incolmabile, un filo invisibile continua a legare padre e figlia. Un dialogo sussurrato, una confessione a cuore aperto, annullano le barriere. Non c’è giudizio, solo la condivisione della vulnerabilità umana, la consapevolezza che la vita è un susseguirsi di tentativi, di fallimenti e di nuove partenze. Un invito a non arrendersi, a trovare nella caduta la forza per rialzarsi. E allora un viaggio, un nuovo orizzonte, Parigi come rifugio e come opportunità di ritrovarsi, di curare le ferite attraverso un linguaggio comune, quello del cinema, che torna a essere un balsamo per l’anima.

Tra le strade parigine illuminate dalla pioggia, padre e figlia riscoprono un’intimità perduta, le sale cinematografiche diventano santuari dove le storie sullo schermo fanno eco alle loro vite. E così, quasi per osmosi, la figlia impara l’arte di raccontare, raccogliendo l’eredità paterna ma trovando una sua voce unica. Il film si congeda con un senso di pacificazione, di gratitudine per un legame che ha saputo superare le tempeste, per un padre che ha insegnato ad affrontare la paura e a trovare un senso nel cammino, ricordando sempre che prima di ogni inquadratura, prima di ogni ciak, c’è la vita, con la sua bellezza fragile e la sua forza indomabile. Un omaggio sentito a un maestro che ha saputo guardare il mondo con occhi sinceri e che troppo presto il brusio del tempo ha cercato di far dimenticare.

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