Il grande freddo
Il grande freddo (1984) USA di Lawrence Kasdan
Sette ex compagni d’università del Michigan, un tempo attivisti idealisti negli anni ’60, si ritrovano dopo quindici anni per il funerale di Alex, il membro più carismatico del gruppo, morto suicida senza una spiegazione apparente. Ospitati nella villa in South Carolina di Harold e Sarah, i sopravvissuti trascorrono un fine settimana tra confessioni, vecchi rancori e nuove attrazioni. Il confronto tra i sogni giovanili e la realtà borghese dell’età adulta diventa il fulcro di una riunione che cercherà di colmare il vuoto lasciato dall’amico scomparso.
Lawrence Kasdan compie un’operazione di chirurgia sociologica raffinatissima. Se con Brivido Caldo aveva omaggiato il noir classico, qui si sposta su un terreno squisitamente teatrale, ma lo fa con una sensibilità tecnica che tradisce la sua formazione nella “scuderia” Lucas-Spielberg.
Il film è una lezione di montaggio alternato e gestione degli spazi: la villa di Harold diventa un proscenio dove la profondità di campo di John Bailey (direttore della fotografia) lavora per sottrazione, isolando i volti nei momenti di crisi per poi ricompattarli in inquadrature corali che sanno di famiglia ritrovata. Nonostante la sceneggiatura sia blindata — un meccanismo a orologeria co-scritto con Barbara Benedek — Kasdan permette agli attori di abitare i silenzi. Si percepisce lo studio dei caratteri tipico del cinema di Altman, sebbene Kasdan scelga una struttura più solida, meno incline all’improvvisazione jazzistica di Nashville.
Il cast è, a dir poco, miracoloso. Vedere oggi Jeff Goldblum (perfetto nel ruolo del cinico giornalista di People), Glenn Close, William Hurt e Kevin Kline insieme, prima che diventassero le icone che conosciamo, è un piacere per ogni cinefilo. Una curiosità tecnica che i più esperti ricorderanno: Kevin Costner interpretava Alex, il suicida, ma Kasdan decise di tagliare tutte le sue scene (flashback inclusi) in fase di montaggio. Una scelta radicale ma geniale: l’assenza fisica di Alex rende il suo fantasma una presenza metaforica molto più ingombrante e funzionale al “grande freddo” interiore dei protagonisti.
Un cenno d’obbligo va alla colonna sonora, una vera e propria antologia Motown. Sebbene a tratti possa sembrare invadente — rischiando l’effetto “videoclip ante litteram” — l’uso di brani come I Heard It Through the Grapevine non è solo decorativo, ma funge da collante diegetico per una generazione che non ha più parole proprie per esprimersi e deve rifugiarsi nei ritmi del passato.
Certamente, a un occhio contemporaneo, i problemi di questi trentenni benestanti possono apparire come “lamentele d’alto bordo”, ma la forza del film risiede proprio nella sua onestà intellettuale: raccontare il momento esatto in cui l’utopia si scontra con il conto in banca.
Dal punto di vista della tecnica cinematografica, la grandezza di Kasdan risiede nella capacità di gestire una struttura corale senza mai perdere di vista la profondità di campo, sia visiva che emotiva. La fotografia di John Bailey opta per una tavolozza di colori caldi e avvolgenti che contrasta deliberatamente con la freddezza del titolo e del tema trattato, creando un effetto di straniamento che avvolge lo spettatore. La scelta più radicale resta tuttavia quella del montaggio, curato da Carol Littleton, che espunge totalmente la presenza fisica di Kevin Costner. Rimuovere il corpo del defunto dai flashback significa trasformare Alex in una pura astrazione, una sorta di spazio vuoto attorno al quale i personaggi ruotano come satelliti impazziti. Questa assenza visiva obbliga il pubblico a ricostruire il protagonista solo attraverso le deformazioni soggettive degli amici, rendendo il film un esperimento sulla memoria e sulla sua inaffidabilità.
Il cast agisce come un’orchestra perfettamente accordata, dove le singole individualità non prevaricano mai l’armonia dell’insieme. Jeff Goldblum infonde nel suo giornalista di People un cinismo che nasconde una vulnerabilità quasi infantile, mentre William Hurt lavora sottotraccia, utilizzando la sottrazione recitativa per restituire il trauma di un veterano del Vietnam che ha smesso di sentire qualsiasi cosa. È affascinante osservare come la regia utilizzi lo spazio della cucina e del salotto come un palcoscenico teatrale, dove i movimenti di macchina sono fluidi ma invisibili, evitando virtuosismi per concentrarsi sulla micro-espressività dei volti. Il ritmo interno della pellicola è dettato dalla colonna sonora che, lungi dall’essere un semplice accompagnamento, funge da vero e proprio commento diegetico. Le canzoni non sono scelte per la loro bellezza intrinseca, ma per la loro capacità di evocare un’epoca in cui i protagonisti credevano ancora di poter cambiare il mondo, rendendo il contrasto con il loro presente borghese ancora più stridente e doloroso. In ultima analisi, il lavoro di Kasdan è un saggio sull’entropia dei sentimenti, filmato con una lucidità che non scade mai nel sentimentalismo gratuito, ma che anzi invita a una riflessione rigorosa sul prezzo dell’integrità nel cinema e nella vita.
