Mission Impossible – The final reckoning
Mission Impossible – The final reckoning (2025) USA di Christopher McQuarrie
Dopo la fuga della IA “L’Entità” in Dead Reckoning, Ethan Hunt e la sua squadra dell’IMF si lanciano in una corsa globale per recuperare le chiavi del sottomarino Sebastopol, unico luogo dove risiede il codice sorgente del nemico invisibile. Tra alleanze precarie con Grace e Paris, e il confronto finale con l’enigmatico Gabriel, Hunt dovrà decidere se distruggere la minaccia o tentare di controllarla, mettendo a rischio la vita di chi ama in un climax che promette di chiudere trent’anni di missioni.
C’è un momento metacinematografico delizioso in questo Final Reckoning: Ethan Hunt aziona una valvola su un sottomarino e, simultaneamente, l’aspect ratio si espande dal panoramico widescreen per saturare l’intero schermo IMAX. È Tom Cruise che, letteralmente, riprende il controllo dell’immagine e dello spazio, ricordandoci chi sia il “salvatore della sala cinematografica”. Tuttavia, se la tecnica resta ai vertici del settore, il film fatica a mantenere l’equilibrio narrativo.
I Punti di Forza: La Grammatica dell’Azione
- Composizione dell’Inquadratura: McQuarrie conferma una padronanza spaziale rara. La sequenza del sottomarino è un manuale di regia: gestione degli spazi angusti, dilatazione del tempo e un uso del montaggio sonoro che omaggia quasi il 2001 kubrickiano nelle sue rotazioni.
- Stunt e Realismo: Quando vediamo Cruise appeso a un aereo in volo, la percezione della gravità e della resistenza fluidodinamica non è mediata da una CGI senz’anima. È cinema materico, un ibrido tra il rigore di Ian Fleming e la fisicità di Buster Keaton.
- Il Cast: Angela Bassett conferisce una gravitas necessaria a una sceneggiatura talvolta verbosa, mentre Pom Klementieff (Paris) ruba la scena con una fisicità che meriterebbe uno spin-off immediato.
Le Note Dolenti: L’Ego e il “Previously On”
Il film soffre di un’ipertrofia agiografica. La prima ora somiglia al più lungo riassunto delle puntate precedenti mai visto, un tentativo di mitizzare Hunt che sfiora l’auto-parodia. Se Fallout era un composto di tensione e ironia, Final Reckoning si prende terribilmente sul serio. I dialoghi, spesso ridondanti, servono a spiegare piani che lo spettatore ha già compreso, rallentando un ritmo che dovrebbe essere forsennato.
Siamo perciò di fronte a un’opera che vive di vette altissime (le sequenze subacquee e aeree sono da antologia) e valli narrative piuttosto piatte. È il testamento di un cinema analogico che lotta contro un futuro digitale (l’Entità), proprio come Cruise lotta contro il tempo.
