Father Mother Sister Brother
Father Mother Sister Brother (2025) USA di Jim Jarmush
Il film si struttura come un trittico di racconti brevi che esplorano i nodi irrisolti dei legami familiari tra figli adulti e genitori. Nel primo episodio, due fratelli fanno visita al padre vedovo in una casa isolata; nel secondo, due sorelle si confrontano con la madre, una scrittrice di successo, in un sobborgo di Dublino; nell’ultimo, una coppia di gemelli si ritrova a Parigi per svuotare l’appartamento dei genitori recentemente scomparsi. Ogni segmento è un frammento di vita sospeso, dove l’azione è sostituita dal peso dei ricordi e dalle parole non dette.
Vedere un film di Jim Jarmusch oggi è come ricevere una cartolina da un vecchio amico che non ha mai smesso di frequentare i territori vaporosi della New York post-punk, mantenendo intatto quel dandismo zen che lo rende unico. In questa sua ultima fatica, il regista trasforma la famiglia in un oggetto di osservazione quasi entomologica, senza mai cedere al ricatto del melodramma. La macchina da presa di Frederick Elmes e Yorick Le Saux lavora su una fissità che non è mai statica, ma carica di un’elettricità sotterranea, catturando l’imbarazzo palpabile che corre lungo le pareti delle stanze. Le inquadrature indugiano sui tempi morti non per pigrizia narrativa, ma per elevare i silenzi a forma d’arte, dove una lista di droghe mai assunte recitata da un monumentale Tom Waits diventa un momento di verità più profondo di qualsiasi confessione strappalacrime.
L’estetica del film è una lezione di minimalismo colto, dove il design di Mark Friedberg e i costumi di Catherine George comunicano i rapporti di forza meglio dei dialoghi stessi. È affascinante notare come le gerarchie emotive vengano suggerite attraverso accostamenti cromatici, come le sfumature di rosso che legano o separano le donne nel segmento dublinese, rendendo il vestiario un prolungamento della psicologia dei personaggi. La regia di Jarmusch si muove con la fluidità di uno skateboarder (figura che non a caso punteggia l’intera pellicola), scivolando tra la freddezza chirurgica del secondo episodio e la tenerezza spettrale del terzo. Quest’ultima parte, ambientata in una Parigi che sembra evocare il fantasma di Jean Eustache, trasforma l’atto di svuotare un appartamento in un rituale sciamanico. La colonna sonora curata dallo stesso regista insieme ad Annika Henderson, con i suoi tappeti di droni rock e sintetizzatori, avvolge le immagini in una nebbia psichedelica che rende il passaggio tra una storia e l’altra un viaggio non fisico, ma puramente mentale. Jarmusch non cerca la quadratura del cerchio, preferisce lasciarci con l’incanto di una visione che si auto-consuma come una vecchia pellicola bruciata, ricordandoci che nel cinema, come nella vita, ogni momento è semplicemente ogni momento.
La conquista del Leone d’Oro al Festival di Venezia nel 2025 segna non solo il culmine della carriera di Jarmusch, ma anche un momento di giustizia poetica per il cinema indipendente anche se questa non si può definire la migliore opera del regista. La giuria della Mostra ha saputo leggere, dietro il rigore delle inquadrature fisse e la rarefazione del ritmo, la vibrante umanità di un’opera che non cerca il consenso facile, ma premia la pazienza dello sguardo, conferendo un riconoscimento alla coerenza stilistica di una vita più che al film stesso.
