Faust

Il nostro parere

Faust (1926) GER di Friedrich Wilhelm Murnau


Per vincere una scommessa con un arcangelo celeste, il demone Mefistofele scatena la peste su un villaggio medievale, spingendo l’anziano e impotente alchimista Fausto a stringere un patto diabolico per salvare i suoi concittadini. Sedotto ben presto dal dono della giovinezza e dai piaceri terreni profusi dal maligno, l’uomo abbandona la scienza per inseguire la purezza dell’innocente Margherita. Questa passione, tuttavia, trascinerà entrambi in una spirale di colpa, persecuzioni e tragedie familiari, fino a un rogo finale in cui l’amore si rivelerà l’unica forza capace di redimere l’anima.


Con la sua ultima fatica tedesca prima del fatidico richiamo hollywoodiano, Friedrich Wilhelm Murnau firma un monumento visivo in cui il dualismo di matrice gnostica si traduce in pura architettura dell’inquadratura. L’opera si nutre non solo della monumentale struttura letteraria di Goethe, ma contamina l’ispirazione primigenia di Christopher Marlowe e del folklore germanico con suggestioni pittoriche tardo-romantiche che richiamano Alfred Kubin, echi operistici di Wagner e Berlioz, e la lezione plastica del suo precedente Tartufo. È proprio in questa convergenza che il regista supera i confini ormai rigidi dell’espressionismo geometrico per abbracciare un romanticismo cosmico. Lo spazio cinematografico acquista una tridimensionalità inedita attraverso l’uso pionieristico di doppie esposizioni e sovrapposizioni che dilatano lo schermo ben prima dell’avvento del moderno grandangolo, inserendo la ricerca degli effetti speciali all’interno di un discorso puramente estetico e simbolico.

La grandiosità di questo affresco risiede nella tensione continua tra il sublime metafisico e il grottesco terreno. Se la celeberrima immagine delle ali nere di Mefistofele che oscurano il villaggio incarna l’incubo pittorico assoluto, l’alternanza tra l’amore celestiale di Fausto per Margherita e l’infatuazione parodistica del demonio per la zia Marthe riflette perfettamente la teoria baudelairiana sul riso diabolico. Emil Jannings offre un’interpretazione antologica, oscillando tra una fisicità istrionica quasi da commedia dell’arte e un’inquietante immobilità dello sguardo che sembra anticipare di decenni le moderne possessioni del cinema horror contemporaneo, come quelle di Friedkin.

L’artificio palese dei modellini scenografici e i cerchi di fumo luminoso che avvolgono l’evocazione non cercano la verosimiglianza, ma edificano una dimensione onirica che ha fatto scuola, influenzando direttamente i cerchi magnetici di Metropolis di Fritz Lang e il rigore filologico medievale che sarà caro a Bergman e Dreyer. Persino la presenza nel cast di William Dieterle, nei panni del fratello di Margherita e futuro regista a sua volta di varianti faustiane negli Stati Uniti, chiude un cerchio citazionistico che rende questa pellicola un compendio inesauribile di archetipi visivi per ogni autentico devoto della settima arte.

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