Black bag – Doppio gioco

Il nostro parere

Black bag – Doppio gioco (2025) USA di Steven Soderbergh


L’agente dell’intelligence George (un glaciale Michael Fassbender) ha una settimana di tempo per identificare la talpa che minaccia di attivare la letale operazione “Severus”. Se fallisce, migliaia di persone moriranno. L’impresa è complessa, poiché la lista dei sospetti include colleghi rampanti, subordinate rancorose e, soprattutto, sua moglie Kathryn (una sardonica Cate Blanchett), agente altrettanto brillante. George decide di riunirli per una cena-interrogatorio, dove la tensione è palpabile e ogni parola è un’arma. Inizia così una corsa contro il tempo in cui lealtà coniugale e sicurezza nazionale entrano in rotta di collisione.


Non si fa in tempo a metabolizzare l’uscita di Presence che Steven Soderbergh, l’instancabile auteur che sembra aver firmato un patto col diavolo per abolire il sonno, torna in sala. E lo fa in grande stile. Black Bag non è solo il suo secondo film in tre mesi, ma un ritorno sfolgorante al thriller di spionaggio, un genere che il regista (qui, come da prassi, anche superbo direttore della fotografia e montatore) rilegge con l’eleganza di chi conosce le regole solo per sovvertirle con gusto.

David Koepp (già sodale in Kimi) sceneggia un Kammerspiel travestito da spy story. Chi si aspetta inseguimenti alla Bourne o deflagrazioni hollywoodiane rimarrà deluso (o, più probabilmente, sollevato). Black Bag è un thriller “all’inglese”, cerebrale, che aggiorna le atmosfere paranoiche della Guerra Fredda con le ansie della sorveglianza digitale. È un film costruito su sguardi, silenzi e dialoghi affilati come rasoi.

Soderbergh è maestro nel trasformare una cena (la sequenza chiave del film) in un duello ad altissima tensione. La sua regia è chirurgica: l’utilizzo di lenti grandangolari, spesso in soft-focus, e i rapidi (ma mai caotici) cambi di fuoco all’interno della stessa scena, generano un senso di paranoia costante. Anche da seduti attorno a un tavolo, i personaggi sembrano intrappolati, studiati. Il montaggio, serrato e ritmico, fa il resto: il film ha il tempo di una commedia screwball ma la tensione di un ordigno inesploso.

A reggere questo gioco di specchi è una coppia di protagonisti in stato di grazia. Michael Fassbender è calmo, quasi rettiliano, uno Sherlock Holmes vestito GQ che combatte con l’intelletto. Cate Blanchett è la sua controparte perfetta: affilata, glamour, con un sorriso che nasconde abissi di calcolo. La loro chimica non è esplosiva, è un tango sensuale e tagliente (con echi di Out of Sight), un duello verbale dove le scene in camera da letto sono un “preliminare” strategico per studiarsi a vicenda, più che per amarsi.

Black Bag è intrattenimento svelto, sexy e incredibilmente intelligente. Un esercizio di stile che dimostra, ancora una volta, come la vera suspense non nasca dalle pallottole, ma dalla parola. Soderbergh gioca col genere e con lo spettatore. E vince la partita.

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