Drop – Accetta o rifiuti
Drop – Accetta o rifiuta (2025) USA di Christopher Landon
Violet, una giovane madre segnata da un passato di abusi, tenta di riaprire il cuore accettando un appuntamento al buio con l’affascinante Henry in un lussuoso ristorante panoramico di Chicago. La serata si trasforma in un incubo tecnologico quando inizia a ricevere inquietanti messaggi via “DigiDrop” da un misterioso stalker presente nel locale. Sotto il ricatto di vedere uccisi il figlio e la sorella, monitorati in tempo reale tramite le telecamere di sicurezza domestiche, Violet è costretta a eseguire ordini sempre più estremi, in una lotta contro il tempo dove ogni notifica può essere fatale.
Christopher Landon, già architetto di fortunati ibridi tra slasher e commedia come Happy Death Day, decide stavolta di svestire i panni del giullare postmoderno per indossare quelli, decisamente più eleganti, di un artigiano del brivido d’altri tempi. “Drop” è un esercizio di stile che farebbe sorridere il fantasma di Hitchcock: un Kammerspiel ad alta quota che trasforma uno smartphone in un’arma impropria e un ristorante d’élite in una gabbia di vetro.
Tecnicamente, il film è un gioiello di economia narrativa. La regia di Landon è millimetrica: la macchina da presa accarezza i volti di Meghann Fahy e Brandon Sklenar con una devozione che ricorda la star power della vecchia Hollywood, elevando due attori televisivi al rango di icone cinematografiche. Particolarmente efficace è la scelta del direttore della fotografia e dell’editor Ben Baudhuin di integrare i messaggi di testo direttamente nello spazio diegetico, con font imponenti che invadono il frame accanto a Violet, amplificando il senso di soffocamento e di sorveglianza costante.
La colonna sonora del “solito” immenso Bear McCreary lavora per sottrazione, tessendo un tappeto di tensione che esplode solo quando necessario, accompagnando una sceneggiatura (firmata da Jacobs e Roach) che ha il merito di non trasformare il protagonista maschile nel classico deus ex machina. È Violet il centro gravitazionale: una final girl moderna che non urla, ma calcola.
Se vogliamo trovare il proverbiale capello nel piatto, lo scivolone avviene nel terzo atto. Come spesso accade nei thriller high-concept, la risoluzione non riesce a mantenere la stessa eleganza geometrica della premessa, rifugiandosi in alcuni tropi del genere “home invasion” un po’ meno ispirati. Tuttavia, l’uso espressionista delle luci e una sequenza di titoli di testa che celebra il vetro infranto come metafora della psiche della protagonista, confermano che siamo davanti a un prodotto di classe superiore. Un rollercoaster che non cerca di reinventare la ruota, ma che si assicura che ogni giro della morte sia eseguito con una pulizia formale invidiabile.
